La notizia in Italia potrebbe passare sotto traccia, anche perché la nostra cultura accademica è molto ombelicale. A chiosarla, infatti, sul Foglio, solo il sempre attento Giuliano Ferrara e Federico Rampini nel suo Oriente Occidente.
Eppure l'addio ad Harvard dello storico James Hankins, che in questa università, che è uno dei capisaldi dell'Ivy League statunitense, ha insegnato per quarant'anni è una notizia che dovrebbe fare riflettere. Da un lato perché Hankins è un nome di vaglia che ha sfornato una scarica di importanti saggi sull'umanesimo e sulla tradizione classica. Tanto per fare l'esempio è uno dei massimi esperti americani di Leonardo Bruni e di Marsilio Ficino. Dall'altro perché si è trattato di un addio pubblicamente motivato con un articolo, pacato nei toni ma incendiario nella sostanza, pubblicato su Compact Magazine. Il professore ha illustrato una degenerazione del sistema universitario Usa e di Harvard che secondo lui è incompatibile con una docenza libera e responsabile.
Hankins racconta l'inizio di questa crisi a partire dal 2020 quando le restrizioni covid hanno snaturato le lezioni rompendo il rapporto tra docenti e discenti.
Ma secondo lui si trattò solo dell'inizio di un percorso che è passato dalle restrizioni mediche a ben altro: «Nell'autunno del 2020, esaminando le candidature ai programmi di dottorato, mi imbattei in un candidato eccezionale... Negli anni precedenti sarebbe balzato immediatamente in cima alla graduatoria. Nel 2021, però, un membro della commissione ammissioni mi disse, informalmente, che quella cosa (ammettere un maschio bianco) quest'anno non poteva succedere. Nello stesso anno, uno studente universitario che avevo seguito come tutor, di un'intelligenza fuori dal comune, letteralmente il miglior studente di Harvard... fu respinto da tutti i programmi di dottorato ai quali aveva fatto domanda. Anche lui era un maschio bianco. Telefonai a diversi amici in varie università per capire perché fosse stato respinto. Ovunque mi raccontarono la stessa storia: le commissioni di ammissione ai dottorati in tutto il Paese stavano seguendo lo stesso protocollo non scritto che valeva anche da noi... Ritengo che Harvard oggi stia seguendo una rotta migliore sotto la guida del suo attuale rettore, Alan Garber. La reazione alla sconcertante indifferenza dell'università verso le manifestazioni antisemite seguite alle atrocità del 7 ottobre 2023, ha costretto la Harvard Corporation... a cercare una guida sicura».
Un cambio di rotta che però non è bastato per convincerlo a restare: «Penso di poter utilizzare decisamente meglio il mio tempo e la mia esperienza nel mio nuovo ateneo la Hamilton School of Classical and Civic Education presso la University of Florida anziché a Harvard. Il motivo è semplice: la Hamilton School è impegnata nell'insegnamento della storia della civiltà occidentale. Quando la pedagogia progressista ha sostituito i corsi sulla civiltà occidentale con la storia globale, si è prodotto un danno serio alla socializzazione dei giovani americani. Quando non si insegna ai giovani che cosa sia la civiltà, si scopre che le persone diventano incivili».
Questo il garbato ed addolorato addio di Hankins. Ma potrebbe essere un errore ricondurre tutta la questione agli ultimi anni. Notava Federico Rampini in suo saggio scomodo per molti, Grazie Occidente (Mondadori 2024), che l'università di Stanford abolì il suo corso di storia intitolato «Civiltà occidentale» già nel 1963. E parliamo di un'istituzione estremamente elitaria. Il tutto ben prima che scoppiasse qualsiasi contestazione studentesca sessantottina. Insomma c'è un percorso di lunga data nell'abbandono dello studio della cultura occidentale. Una messa al bando, suicida, che ora diventa quasi grottesca ma non è spuntata dal nulla. Adesso questo percorso si traduce addirittura in negazione del merito e in una sorta di razzismo al contrario che una persona liberale, come Hankins non può accettare. E che non dovrebbe essere accettato da nessuno.
Su queste pagine una decina di giorni fa Alessandro Gnocchi ci ha raccontato l'addio all'università italiana dell'italianista Enrico Testa. Un addio che Testa chiosava così: «La conoscenza si configura come una raccolta quantitativa di dati generata dalla spinta a sfornare il maggior numero possibile di prodotti nelle sedi adatte. Chi scrive è un tecnico al servizio di un'istituzione-macchina, a cui procura il rifornimento perché continui, non si sa perché, a funzionare. Un meccanismo della saturazione produttiva che s'è esteso dal mercato al mondo delle lettere per opera di spiriti progressisti che finiscono per agire da servi del consumo». Basta per capire che il fenomeno non è solo statunitense. E non è risolvibile solo nei termini degli interventi di Trump su Harvard.
Si tratta di portare avanti un complesso recupero culturale, proprio nel momento in cui Cina e Russia fanno tutt'altro che rigettare la propria tradizione (anche imperialista). Perché le libertà dell'Occidente sono figlie della sua cultura e della sua storia. Per fortuna gente come Hankins lo sa ancora e non getta la spugna.