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L’amore ossessivo per il giornalismo, i sogni e le battaglie. Ecco la mia Oriana

Un’anticonformista che ha raccontato i grandi del mondo e la sua stessa morte

L’amore ossessivo per il giornalismo, i sogni e le battaglie. Ecco la mia Oriana

I personaggi che hanno segnato la storia recente del nostro Paese raccontati da Vittorio Feltri. Ogni venerdì sul quotidiano cartaceo, sul sito de il Giornale e sui nostri canali social il nuovo podcast del direttore editoriale. Questa volta viene ricordata Oriana Fallaci, la grande giornalista che attraverso i suoi articoli, i suoi reportage e le sue interviste ha saputo interpretare e raccontare agli italiani i grandi cambiamenti del nostro Paese e del mondo.

La sua specialità era una: fare il contrario di quello che facevano i suoi simili. Il suo nemico era il conformismo, e lo ha battuto. Quando cominciò col giornalismo era una ragazzina. Scriveva già come poi avrebbe sempre scritto: da dio. E non ha trascorso un’esistenza a battere e ribattere sui tasti. Ma quando consegnava la sua paginetta o le sue paginette nitide come cristalli, il calvario non era finito. Né per lei né per i disgraziati colleghi incaricati di titolare e impaginare. Ai quali stava accanto smoccolando durante tutta la fase della lavorazione. Ogni tanto aveva un pentimento e ribaltava ciò che era pronto. Da prenderla a sberle. Ricordo che negli anni Ottanta il direttore del Corriere della Sera, Franco Di Bella, le aveva commissionato delle interviste impossibili: a Khomeini e Gheddafi, per esempio. Un delirio. Lei ci metteva mesi a imbastirle e cucirle. A un dato momento compariva al primo piano di via Solferino a Milano e attorno al tavolo albertiniano, una copia di quello del Times, si creava una confusione da manicomio. Oddio c’è la Fallaci: si salvi chi può. Mezza redazione era mobilitata: passare il testo, disegnare il menabò, scegliere i caratteri tipografici, mille verifiche e mille discussioni.

Non andava mai bene niente. Avanti, ricominciamo daccapo. Meglio così? Meglio un corno, protestava lei dando del bischero a tutti.
Fu durante una di quelle notti infernali che la Fallaci entrò nella mia vita. (...) Da quel dì la nostra tribolata amicizia si intrecciò col lavoro. Erano più numerose le liti delle conversazioni. Si divertiva a questionare, qualsiasi spunto era motivo di piccoli scontri, cui seguivano immancabili rappacificazioni, talvolta precedute da scambi di lettere piccate. Spesso, la sera tardi, il mio cellulare suonava e difficilmente rispondevo. Ma se sul display scorgevo il suo nome, pigiavo il tasto.

«Pronto». Alterava la voce per non farsi riconoscere: «Sei te?», domandava con tono profondo.

Minimo minimo, trenta minuti di monologo suo infiorato di coloritissimi toscanismi, tra cui invettive variamente distribuite a Tizio e a Caio. I suoi giudizi erano folgoranti. Le sue critiche ai politici italiani, feroci. Le sue previsioni nazionali e internazionali, pessimistiche. (...) Un dì decise di aiutarmi a lanciare Libero, che giudicava caritatevolmente un esperimento interessante. Mi mandò un articolo dei suoi. E nella redazione di quel giornalino ancora in rodaggio si replicò il casino già andato in scena al Corriere. Una baraonda la cui narrazione risparmio al lettore. Dico soltanto che grazie a quel pezzo Libero sfondò il tetto delle 100mila copie. Era il 2005, l’anno precedente la morte di Oriana.
Gli ultimi suoi dodici mesi furono duri. Stava male.

Le telefonate dall'America erano brevi ma frequenti: «Ci ho tre o quattro cancri, Vittorio, non li conto nemmeno più». Si stancava presto, aveva il fiato corto e troncava la comunicazione: «Ora ciao che devo morire». Che idiota ero e sono: pensavo scherzasse e non la pigliavo sul serio. A giugno del 2006 squillò il cellulare. Era lei. Mi pose un problema. «Rientro in Italia perché voglio morire a Firenze. Prima però faccio un salto, anzi, mi trascino a Milano. E lì non so dove appoggiarmi. Non ho casa e in albergo non scendo. Mostrarmi in pubblico conciata in questo modo non mi garba. Dimmi te, che si fa?

Aiutami». Percepii la sincerità e la disperazione. E non esitai a proporle il mio appartamento milanese. Accettò. Mi recai a riceverla e la accompagnai a destinazione. L’alloggio le piacque, salvo sacramentare per un gradino in cucina poco visibile e in cui avrebbe rischiato di inciampare. Rifiutò la collaborazione domestica della mia governante: «Me ne sto sola, tengo per me lo spettacolo osceno della fine. Tranne te, non sopporto la vista di alcuno che non sia indispensabile incontrare per le mie pratiche terminali».
Ogni pomeriggio suonavo. Per aprire la porta lei armeggiava dieci minuti. Entravo in casa mia e camminavo in punta di piedi perché mi sentivo invadente.

Tutto in disordine, mozziconi ovunque. Al suo compleanno bevemmo un goccio di Dom Perignon, il suo preferito. Espresse un desiderio: che la tenessi al braccio per raggiungere, passino dopo passino, una salumeria vicina.

Si trattenne a Milano circa una settimana. Sbrigò le sue faccende e partì alla volta di Firenze con un’auto e un autista che le procurai io su sua richiesta. Fu un viaggio stancante persino per me che non lo feci. Durante il tragitto Oriana mi chiamò più volte lamentandosi del fatto che in macchina facesse troppo caldo e che la colpa fosse di colui che guidava, poi del fatto che facesse troppo freddo. Dopo qualche mese mi ammalai di una prostatite acuta, rischiai addirittura la vita e venni ricoverato d’urgenza in ospedale per una decina di giorni, durante i quali Oriana provò a contattarmi poiché desiderava parlarmi di qualcosa. Chiamò anche a casa mia, a Bergamo. «Ho bisogno di sentire Vittorio, Enoe, devo dirgli delle cose.

Come si fa? Io ci ho pure da morire ora» sospirò affranta a mia moglie.

Non seppi mai cosa volesse annunciarmi Oriana. Ho cercato in questi anni di sciogliere questo dubbio che mi pesa dentro e mi sono convinto che forse mi volesse raccomandare di continuare la battaglia contro l’estremismo islamico.

Erano trascorsi tre o quattro mesi dalla scomparsa della mia amata amica, quando un mattino, verso le 4, feci un sogno. Mi trovavo in un ascensore di legno lucido, bello ed elegante. Arrivato al piano che dovevo raggiungere, si spalancò la porta e mi ritrovai in un’ampia stanza. C’era solo una piscina. Uscendo dal locale sentii una voce che cantava meravigliosamente. Era Oriana, che mi veniva incontro sorridente. Era giovane. Fresca. «Oriana, ma come canti bene, per quale motivo non mi hai mai svelato questa tua dote?» le chiesi sorpreso. In quel momento mi svegliai. Ancora disorientato ed emozionato, mi misi seduto sul mio letto, poggiando le spalle sulla testiera. E all’improvviso udii nitida una voce, era rauca come quella di Oriana: «Vittorio, Vittorio, ti devo parlare». Sì, era proprio lei. E continuava a ripetere il mio nome. «Oriana, vattene, ho paura» urlai disperato. E fu silenzio.

Di lì a qualche tempo, presenziai a un convegno su di lei. C’era anche monsignor Rino Fisichella, che le era stato vicino. Il prelato mi consegnò un sacchetto di plastica: «Oriana mi ha raccomandato tanto di restituirti questa roba». Il sacchetto conteneva un bicchiere e un cucchiaino che aveva prelevato dalla mia credenza prima di trasferirsi a Firenze.

Le erano serviti per

assumere un medicinale antidolorifico durante il viaggio.

Monsignor Fisichella mi precisò che era preoccupatissima di non farcela a restituirmeli. Aveva incaricato lui. Nulla doveva restare in sospeso. Questa è la mia Oriana.

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