C’è un’Angelica che sa da sempre cosa può fare un anello. Lo porti al dito e annulli ogni incantesimo, con il dono di discernere cosa è reale e cosa immaginario, virtuale. Lo nascondi in bocca e sparisci, e nessun mago, nessun paladino, può più raggiungerti. Quella era l’Angelica di Ariosto. Adesso ne arriva un’altra, in carne, ossa e talento. Angelica Grivel Serra, cagliaritana, classe 1999, laurea in filosofia, un passato da modella nelle foto di Giovanni Gastel. Per il suo secondo romanzo, dopo l’esordio Mondadori del 2020, ha scelto un anello che non protegge e non fa sparire nessuno. È l’anello debole, il punto in cui la catena cede.
Il libro si apre in una stanza d’hospice, un pomeriggio terso di fine marzo. Piera Raccis sta morendo, e al fratello Claudio, il prediletto, consegna le ultime parole e un’eredità destinata a lui soltanto. Bastano poche righe perché quella stanza diventi un campo di battaglia. Da una parte la famiglia d’origine, che reclama diritti che non ha. Dall’altra la moglie Cecilia e i due figli adolescenti, Amanda e Rocco, trascinati senza preavviso in un’incertezza che non avevano chiesto. Claudio è l’uomo che tutti, nel titolo e nella vita, hanno già etichettato come l’anello fragile. Grivel Serra costruisce quasi cinquecento pagine per dimostrare il contrario, che l’anello debole è esattamente quello capace di spezzare la catena, e che spezzarla, a volte, è l’unico modo per restare vivi.
C’è un capitolo, il settimo, che vale da solo il prezzo del biglietto. È la notte di Ferragosto, la famiglia dorme, la lavastoviglie prende fuoco, la casa in poche ore si riduce allo spettro di sé. Angelica non racconta un incendio. Racconta una famiglia. Le posate annerite, distinte per colore a seconda di chi le adoperava, diventano la radiografia di una quotidianità data per certa e improvvisamente impossibile. Cecilia, che pulisce e ripulisce, che ordina la bonifica con l’ozono come si esorcizza un lutto, è il ritratto esatto di chi crede che la cura del visibile possa salvare l’invisibile. È un metodo, ed è anche una tesi. Ogni struttura umana si rivela per la sua incrinatura.
Claudio si muove in un teatro affollato. C’è Mario, lo zio acquisito, che con il piccolo Rocco inventa un idioletto fatto di “we, capitano” ed “ehilà, comandante”, e in quelle due formule c’è più tenerezza che in interi capitoli di altri libri. Ci sono le sorelle, le gerarchie segrete dell’infanzia che non si sciolgono mai. E ci sono i morti, che qui non se ne vanno, restano a ballare il ballo tondo con i vivi, a tenere il filo tra la terra e il cielo. È il romanzo corale di una Sardegna che Angelica Grivel Serra chiama isola-mondo, ruvida e magnetica, dove ogni casato è una stanza chiusa e ogni eredità una resa dei conti. Non un fondale. Un personaggio.
Poi c’è la lingua, e qui bisogna essere onesti. Grivel Serra scrive con lo stile di un tempo sospeso, contro ogni circuito commerciale, con un periodare lungo, latineggiante, che conia metafore e non teme l’aggettivo raro. È un talento vero, non una posa. È una lingua che a tratti si guarda allo specchio. Quando il fumo diventa pastoso al punto da sembrare solido, l’immagine colpisce. Quando ogni nudità dev’essere nivea e ogni passo alato, l’ornamento comincia a soffocare la scena che dovrebbe servire. Il Novecento che la scrittrice rivendica, e con lui la Sardegna di Maria Lai il cui quadro compare appeso in quella cucina, è una invenzione letteraria, vita rivissuta, passione a ritroso. È il solo margine su cui dovrà ancora lavorare ed è un buon margine, perché riguarda l’eccesso, non la mancanza.
Resta un romanzo che non somiglia a nessun altro uscito negli ultimi anni. Una saga dove i vivi convivono con gli spiriti, dove l’avidità e il tradimento sono guardati senza sconti, e dove, quando tutto sembra perduto, qualcosa si scioglie.
L’anello di Ariosto faceva sparire chi lo portava. L’anello di Angelica Grivel Serra fa l’opposto. Si spezza, e proprio spezzandosi fa riapparire le persone, una per una, diverse da come erano entrate. La catena, finalmente, non tiene. Senza paura.