Ricordo ancora oggi con un certo fastidio l'ingresso del prete in classe, alle elementari, per l'ora settimanale di catechismo in preparazione alla Prima Comunione. Don Attilio, questo il suo nome, amava raccontarci le storie dei martiri: Santo Stefano lapidato, san Lorenzo arrostito, santa Caterina d'Alessandria decapitata e tanti altri. Ci raccontava le torture che questi poveri cristiani subivano: a qualcuno venivano strappate le unghie, a qualcuno la lingua, a qualcuno gli occhi. Poiché la lezione di don Attilio (che noi bambini chiamavamo don Artiglio per la sua mania di allungare scappellotti a chi non prestava la giusta attenzione) cadeva subito prima della ricreazione, mi capitava spesso, dal cortile della scuola, di vederlo dirigersi verso la sua Fiat 1300 tenendo sottobraccio la sua borsa piena di santi trucidati e partire sereno, come se ci avesse parlato della tabellina del tre.
Don Attilio non capiva il male che faceva a noi bambini presentandoci la fede come qualcosa di irraggiungibile. Chi poteva imitare Santo Stefano, o San Lorenzo, o Santa Lucia?
Negli anni successivi avrei sentito parlare di gente torturata e uccisa in altri contesti, dal Risorgimento all'ultima guerra mondiale. Molti di loro avevano un'ultima memorabile parola da dire davanti ai loro carnefici. E anche loro, come i martiri dei racconti di quel prete, mi comunicavano un'idea di eroismo sovrumano, che niente - ora lo so bene - aveva a che fare con la fede cristiana e con la vita in generale.
Il giorno 23 marzo del 1980 papa Giovanni Paolo II, a Norcia, patria di San Benedetto, disse queste parole memorabili: «Benedetto, leggendo i segni dei tempi, vide che era necessario realizzare il programma radicale della santità evangelica (...) in una forma ordinaria, nelle dimensioni della vita quotidiana di tutti gli uomini. Era necessario che l'eroico diventasse normale, quotidiano, e che il normale, quotidiano diventasse eroico.»
Non era la prima volta che qualcuno azzardava parole come queste. Molti decenni prima, il grande poeta Charles Péguy scrisse che «c'è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventurieri non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. Non corrono assolutamente alcun pericolo, al suo confronto.»
L'uomo che si prende cura della vita, propria e altrui, senza strafare, con umiltà, facendo quello che tocca fare: ecco l'eroe, ed ecco anche il santo, il martire.
Nel 1996, sedici anni dopo le parole di Giovanni Paolo, sette monaci del monastero trappista di Tibhirine, in Algeria, sulle pendici dell'Atlante, furono sequestrati dai guerriglieri jihadisti e decapitati pochi giorni dopo. Un celebre film del 2010, Des hommes et des dieux (Uomini di Dio) di Xavier Beauvois racconta magistralmente questa storia. Da allora il mondo non ha più smesso di parlare, con vari accenti, dei martiri di Tibhirine. A partire dallo scorso anno una bellissima mostra dedicata alla loro vita, realizzata dal giornalista Alessandro Banfi, sta girando per l'Italia. Nel frattempo, diversi libri sono usciti su questo avvenimento, tutti molto belli. Uno mi ha colpito particolarmente, Fratel Luc di Tibhirine di Christophe Henning (giornalista) e Thomas Georgeon (abate trappista), edito da Libreria Editrice Vaticana (pagg. 220, euro 20).
Fratel Luc - al secolo Paul Dochier - era il più anziano (82 anni) dei martiri di Tibhirine nonché quello che vi risiedeva da più tempo. Nonostante la vocazione relativamente giovanile, Luc abbracciò la vita monastica solo dopo la laurea in medicina. Trasferitosi a Tibhirine nel 1947, scelse di non ricevere mai l'ordine sacerdotale e rimase un converso per tutta la vita, dedicandosi soprattutto alla cura dei malati. Il rapporto quotidiano - i numeri di persone curate sono impressionanti - con la povertà e il dolore fisico e morale della popolazione quasi totalmente di fede musulmana gli fornì una conoscenza dettagliata e profonda di quel mondo, come nessun istituto di statistica avrebbe potuto realizzare.
Per lui, come per i suoi confratelli, non si trattava di compiere atti eroici ma di vivere la vita come tutti noi ma (secondo me) con un livello di intensità e di consapevolezza mille volte maggiore. La preghiera, tutti sappiamo che cosa sia, non c'è bisogno che ci diciamo credenti: tutti preghiamo, alcuni perché confusamente avvertono di non potersi dare da soli le cose di cui hanno più bisogno, altri perché conoscono il nome e il volto di quel Dio che li ha creati e che non teme di poter chiedere a loro, servi inutili, qualunque cosa: e così è stato per fratel Luc e tanti altri, nella storia, e oggi non meno di ieri. Di tutta la vita di quest'uomo non riesco a rintracciare un solo episodio che rinvii a una (pacificante) eccezionalità.
Fratel Luc non volle nemmeno essere prete, e fece quantomeno in apparenza quello che qualunque medico avrebbe fatto in qualunque parte del mondo. Pregò e curò, e questa fu la sua vita quotidiana, fino a che venne il martirio, che per lui come per gli altri suoi compagni non fu che l'ultimo atto di vita quotidiana.