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Per salvare l’Occidente meglio allearsi con la Silicon Valley

Il libro, che come sottitolo ha "Come l'alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell'Occidente, è quasi un manifesto politico. A tratti persino ideologico

Per salvare l’Occidente meglio allearsi con la Silicon Valley
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C'è un passaggio nel libro di Alexander C. Karp (fondatore di Palantir) e Nicholas W. Zamiska La Repubblica tecnologica (Silvio Berlusconi editore), che colpisce più di altri: l'idea che l'Occidente non stia semplicemente vivendo una rivoluzione tecnologica, ma una vera redistribuzione del potere. E il potere, oggi, non passa più soltanto dagli Stati, gli eserciti o le banche centrali. Passa da: algoritmi, dati, server, intelligenza artificiale. Insomma: dalla Silicon Valley.

Il libro, che come sottitolo ha «Come l'alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell'Occidente», è quasi un manifesto politico. A tratti persino ideologico. Ma proprio per questo interessante. Gli autori partono da una critica feroce alle élite occidentali, accusate di aver abdicato alla propria funzione strategica. Per anni, spiegano, l'Occidente si è illuso che la tecnologia fosse neutrale: un insieme di strumenti utili a migliorare la vita delle persone e a far crescere il Pil. Nel frattempo, però, Cina e altre autocrazie hanno capito che la tecnologia è soprattutto potere geopolitico.

Da qui nasce la tesi centrale: le grandi aziende tecnologiche americane non possono più limitarsi a vendere pubblicità o social network. Devono diventare parte integrante della difesa dell'Occidente. Una sorta di alleanza permanente tra democrazie liberali e innovazione privata.

Karp difende apertamente il ruolo di aziende come Palantir nella sicurezza, nell'intelligence, nel controllo dei dati. E qui il libro diventa provocatorio. Perché mette in discussione molti dogmi progressisti della Silicon Valley: l'idea della neutralità morale della tecnologia, il rifiuto della collaborazione con i governi, la fuga dalle responsabilità geopolitiche. Secondo gli autori, l'Occidente rischia di perdere la sfida del XXI secolo non per mancanza di denaro o di innovazione, ma per assenza di volontà politica. Tradotto: abbiamo i cervelli, ma non abbiamo più il coraggio. Il tono è diretto, spesso aggressivo. Interessante anche il sottotesto culturale: Karp accusa una parte delle università e delle élite occidentali di aver perso fiducia nella civiltà

liberale. E sostiene che senza una nuova identità comune l'Occidente non riuscirà nemmeno a usare bene le proprie innovazioni.

Naturalmente il libro ha anche i suoi limiti. In alcuni passaggi l'entusiasmo per la collaborazione tra Big Tech e apparati statali rischia di far venire qualche brivido. Perché il confine tra sicurezza e sorveglianza è sottile. E perché affidare troppo potere a poche aziende private non è mai privo di rischi. O meglio: è solo la più sfrenata concorrenza che ci può tutelare dalla rendita di posizione degli oligopoli privati. Ma il merito del volume è proprio questo: costringe il lettore a uscire dalle banalità. Qui non si parla di app, smartphone o gadget.

Si parla di chi controllerà il mondo nei prossimi decenni. Ed è forse questa la domanda più inquietante che lascia il libro: se le democrazie occidentali rinunciano a guidare la rivoluzione tecnologica, chi lo farà al loro posto?

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