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Se nel fortino sinistrorso vince la cultura di destra

Settecolori, diretta dal nostro Stenio Solinas, riceve il riconoscimento per le scelte editoriali più innovative

 Se nel fortino sinistrorso vince la cultura di destra

Le polemiche culturali, nel bene e nel male, da tempo sono solo a destra. Dentro e attorno ai teatri, le Biennali, il cinema... La sinistra, arroccata nelle sue critiche pavloviane e nel suo antifascismo immaginario, arriva sempre dopo.

A destra si litiga, si pasticcia, ma c'è vita. A sinistra più che altro rancore.

Benvenuti al Salone del libro di Torino, che fino a qualche legislatura fa era il Congresso ombra del Pd, dove si contestavano i ministri e si chiedeva di cacciare gli editori sgraditi, e dove oggi invece ecco la notizia, che non piacerà a tutti prende forma l'unico modo interessante di essere controcorrente. Quest'anno, tra oltre 1.200 editori presenti, il Premio «Ernesto Ferrero», prestigioso riconoscimento in memoria del critico letterario torinese che guidò a lungo la kermesse, e che vuole valorizzare le scelte editoriali più innovative presentate ogni anno al Lingotto, ha incoronato le Edizioni Settecolori di Manuel Grillo, che ha rilanciato il progetto del padre, Pino, fondatore del marchio nel 1978. Da qualche anno a guidare la Settecolori, accanto a Manuel, ci sono Carlos D'Ercole e, come direttore editoriale, Stenio Solinas, prima firma del Giornale, già intellettuale della Nuova Destra e fra i grandi giornalisti italiani sul campo. A spiegare il perché del premio è il catalogo stesso: letteratura ispano-americana fuori dai cliché, riscoperte di grandi autori, da Paul Morand a Montherlant a Jean Giono; le memorie in due volumi di Nadeda Mandel'tam (la moglie del poeta russo Osip Mandel'tam, vittima del regime sovietico, che restituisce non solo lo spirito dell'opera del grande poeta ma anche l'ironia e la gioia di vivere dentro un secolo terrificante, in cui il sentimento più forte era la paura) o il monumentale romanzo I due stendardi di Lucien Rebatet, uscito originariamente in Francia nel 1951, amato da Truffaut e Mitterrand, o Il quaderno grigio di Josep Pla, un'opera-soglia della modernità europea. E poi da quest'anno i libri di Arturo Pérez-Reverte, passato da Rizzoli a Settecolori, del quale sta per uscire il romanzo L'isola della donna addormentata, il saggio dello spagnolo Andrés Trapiello Le armi e le lettere, libro che ha in Spagna modificato l'immagine culturale della guerra civile; e soprattutto, l'annuncio è di questi giorni, la ripubblicazione delle opere di Giuseppe Berto cominciando con un inedito, la raccolta di reportage Il mare da dove nascono i miti, e poi il ritorno del Male oscuro. Un catalogo ben

riconoscibile e completamente controtendenza, con scelte molto precise, lontano, come dicono gli stessi editori, «dalla modernità di massa». Come scrisse tempo fa Alessandro Piperno, curatore della sezione Romanzo del Salone del Libro. «In un'epoca come la nostra in cui ogni giorno vengono pubblicati un numero esorbitante di libri destinati al macero sciatti, mal tradotti, privi di apparati adeguati e zeppi di refusi bisogna rallegrarsi che una piccola realtà come Edizioni Settecolori abbia saputo allestire un manufatto così bello: rilegatura di classe, carta preziosa, traduzione impeccabile, paratesti accurati ma scevri di pedanterie accademiche. Così si fanno i libri». E così si dovrebbe fare la cultura.

Dallo stand della Settecolori ieri, e vorrà pur dire qualcosa, è passato anche il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco, in visita privata al Salone, dove ha incontrato la direttrice Annalena Benini, salutato editori, autori e giornalisti, e dove a sua volta è stato salutatissimo da tanti visitatori.

Ed erano tantissimi, ieri, i visitatori qui al Lingotto (del resto giovedì si sono registrati 40mila ingressi in più, un record). Code all'entrata, padiglioni strapieni, stand affollati (presi d'assalto quelli del Romance, già dalle 10, per l'acquisto di libri e gadget) ed eventi a rotazione, via uno, avanti l'altro. Difficile dire quello più cercato. Dal dialogo fra Aldo Cazzullo e il cardinale Matteo Zuppi, applauditissimo, su Francesco d'Assisi e Papa Francesco, a quello con la scrittrice e filosofa albanese Lea Ypi, cresciuta nell'Albania del regime comunista-stalinista di Enver Hoxha; dall'evento all'Auditorium Agnelli con Alberto Angela che ha presentato il suo libro su Giulio Cesare e ha ricordato, emozionato, il padre Piero, all'incontro con l'ungherese László Krasznahorkai, puro humour austroungarico («Non volevo diventare uno scrittore, non mi interessava: ho iniziato per caso, poi ho continuato a scrivere libri solo per correggere i precedenti, un gradino dopo l'altro verso la discesa fino a che ho incontrato il re di Svezia che mi ha consegnato il premio Nobel»); dallo show di Jovanotti che con l'editore Nicola Crocetti altro grande giornalista del Giornale, dove ha lavorato per anni ha presentato il libro Poesie da viaggio; fino all'evento di Zerocalcare che finalmente si è stancato di boicottare le fiere , un autore che noi seguiamo sempre con interesse: ci piace la sua autocommiserazione in formato graphic novel, tipo «Ho bucato la gomma, chiamo mia madre», una di quelle cose che ti fanno davvero rivalutare il patriarcato.

Ah, da segnalare l'unica vera polemica del Salone. Quella scoppiata attorno agli accrediti gratuiti per influencer: per ottenerli servono almeno 10mila follower su Instagram, TikTok o iscritti su YouTube; a protestare molti creator che si occupano di libri sui social ma non raggiungono la soglia richiesta. E questa non è una cosa bella. A proposito, non c'entra molto.

Ma come ci ha segnalato un collega di Repubblica, ieri nello stand di Adelphi un ragazzo (forse un tiktoker) ha chiesto a che ora sarebbe stata, e dove, la presentazione di Operazione Shylock «con Philip Roth», che voleva ascoltarlo.

E sul Salone del Libro, per oggi, crediamo di aver detto tutto.

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