La città guardava il mare come aveva sempre fatto. Non per nostalgia, ma per abitudine. Le polis sono così: porti interiori, anche quando non hanno acqua davanti, ognuna convinta che il mondo finisca dove finisce il proprio molo. Demostene, nella prima Filippica, lo ricordava ai suoi concittadini. "Voi, ateniesi, non fate altro che osservare se sarà qualcun altro a correre il pericolo". Non parlava solo a loro. Parlava a tutte le poleis greche, ciascuna chiusa nella propria idea di libertà, ciascuna convinta che l'autonomia bastasse a proteggerla. Sparta guardava Atene, Atene guardava Tebe, Tebe guardava Sparta. Tutti guardavano gli altri, nessuno guardava il tempo che si stringeva.
Il mondo greco era un arcipelago di città splendide, raffinate, creative, politicamente audaci. Avevano inventato la cittadinanza, il dibattito, la legge come strumento contro l'arbitrio, ma non avevano mai imparato a essere una cosa sola. Ogni città era disposta a morire per se stessa, non a vivere per qualcosa di più grande. La diffidenza reciproca più forte di qualunque minaccia esterna. L'Europa adesso somiglia a quel paesaggio. Un continente di città-stato travestite da nazioni moderne. Ognuna con la propria memoria, il proprio orgoglio, la propria paura. Tutte legate da regole e mercati, ma separate nel momento decisivo: quello della scelta. Per anni hanno potuto permetterselo, protette da un ordine esterno, da equilibri garantiti da altri, hanno confuso la sicurezza con la normalità. Sembra quasi di vederle le affinità: Atene come Parigi, Sparta che si specchia in Berlino, Siracusa come Budapest, Corinto come Madrid e l'Italia che magari si rivede in Tebe. Poi è arrivato Donald Trump, e ha fatto una cosa che la storia fa sempre nei momenti decisivi: ha tolto il sipario. Trump non è l'origine del caos, è la sua rivelazione. Non inventa il braccio di ferro tra imperi, lo rende esplicito. Dice che il mondo non è un'assemblea permanente, ma una competizione brutale, che contano eserciti, energia, tecnologia, catene di comando, che gli alleati valgono finché servono.
È il tempo degli imperi: persiani, macedoni e poi Roma. Non arrivò la fine in un giorno. Le città continuarono a vivere, a produrre cultura, a sentirsi centrali, anche quando il centro si era spostato altrove.
Arrivarono potenze meno raffinate ma più compatte. Portarono ordine, non libertà. E bastò.Qui entra in scena Polibio, che guarda a quel mondo già finito e ne scrive l'epitaffio più spietato: "I Greci non furono vinti dalla sorte, ma dalla loro incapacità di decidere".