In principio era il pop ma il suo re era solo un puntino invisibile nel firmamento musicale. Michael Jackson era il settimo dei nove figli di una coppia di testimoni di Geova, con un'intuizione dettata dalla disperazione. Creare una band formata dai loro figli maschi - Tito, Jackie, Jermaine e Marlon - per sbarcare un lunario perennemente pallido. La fortuna sbocciò quando mamma Katherine scoprì che la voce più scintillante era del piccolo Michael. Divennero i Jackson Five e la storia della famiglia cambiò radicalmente. Del più piccino si accorsero discografici, pubblicitari e il mondo intero. Lui, ripetutamente picchiato dal padre, mai contento del suo essere anche un bimbo, divenne il re del pop. Ma il passo forse è troppo lungo.
Michael, nelle sale da oggi, più che un biopic del creatore del moonwalk e tanti capolavori, sembra la storia di quei Jackson Five che seppero scrollarsi di dosso la povertà di una famiglia nera dell'Indiana annegando nella gioia della musica le lacrime della quotidianità. Il film di Antoine Fuqua, regista più avvezzo all'avventura (The Equalizer) e al thriller (Attacco al potere) che al biopic, resta sospeso a mezza via tra il maxi concerto in cui lo spettatore ha un posto in prima fila e la nuova tendenza a saccheggiare i repertori delle star che scandiscono vite spesso in fotocopia. Era accaduto con Elton John (Rocketman), Amy Winehouse (Back to black), Freddy Mercury (Bohemian Rhapsody), Robin Williams (Better man) e via elencando.
Michael è un prodotto di Hollywood che si lascia guardare con passione talvolta meravigliando o lasciando l'amaro in bocca per quegli odiosi maltrattamenti a un bimbo che più dolce non potrebbe essere. Sorprendendo per la sua sensibilità verso gli animali - adottò serpenti, ragni, giraffe, scimmie, cani e gatti in quantità - mettendo gli umani in minoranza tra le mura domestiche della tenuta in California. Spendendosi per la solidarietà verso i più piccoli, malati e sofferenti. Superando lui stesso un'ustione sul palco che poteva essergli fatale.
Bravo Jaafar Jackson, nipote di Michael e all'esordio sul grande schermo nelle vesti dello zio, cui
assomiglia in maniera sorprendente.Ci si ferma a metà degli anni '80, prima di We are the world e restano trent'anni di brividi e angosce da raccontare. Ci sarà un seguito se è vera l'ultima didascalia: "La storia continua".