Proponiamo in anteprima in questa pagina l'articolo «La lettura che (non) c'è e quella che verrà» dell'esperto di editoria Giuliano Vigini, pubblicato sul nuovo numero (marzo-aprile) di «Vita e Pensiero», il bimestrale culturale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Nella rivista, in uscita oggi, l'editoriale è dedicato agli 800 anni dalla morte del Santo di Assisi, con l'articolo «Pace, umiltà, fede: Francesco controcorrente» di Nicolangelo D'Acunto, docente di Storia medievale all'Università Cattolica.
Il primo vero deficit è la mancanza di istruzione: lo dimostrano le indagini impietose sulla cultura generale degli italiani. Poi lo scarso interesse, la mancanza di tempo e l'eccesso di informazioni. Ma il futuro non può essere solo lo zapping della lettura. Naturalmente, lo sviluppo del mercato librario è legato a doppio filo alla domanda di lettura. E noi sappiamo che in Italia quello della lettura è un grave problema, pur con i notevoli progressi che sono stati fatti. Che si tengano presenti i dati dell'Associazione italiana editori o quelli dell'Istat che hanno due diverse metodologie , resta il fatto che l'Italia si trova in una situazione precaria, oltretutto con divaricazioni molto marcate sul piano regionale, con tali squilibri tra Nord e Sud (con l'unica eccezione della Sardegna) che aggravano il problema, avendo ricadute che non toccano soltanto i singoli ambiti locali, ma diventano un handicap per l'intero Paese, essendo dimostrato che là dove sono più precarie l'istruzione, la formazione e la lettura, là è più precario anche tutto il resto.
Il deficit di lettura è dovuto innanzitutto a una mancanza di istruzione. Tutte le indagini statistiche confermano che più si innalza il titolo di studio più aumentano il livello e la frequenza di lettura. Purtroppo, c'è anche un grado insufficiente di cultura generale da mettere nel conto. Si pensi che in un'indagine di anni fa sugli italiani e la lettura che in altre occasioni ho già avuto modo di ricordare una delle domande poste agli intervistati era la seguente: "Che cos'è il Decamerone?" e si davano quattro possibilità di risposta: 1) un libro di novelle, 2) un appartamento di dieci stanze, 3) un vino rosso, (4) un tipo di autobus. La percentuale più alta (36%) era risultata "un vino rosso" (forse per aver confuso il Decamerone con l'Amarone), seguita per il 29% da "un appartamento di dieci stanze". Un'altra domanda chiedeva: "Chi ha scritto Il nome della rosa? Ernest Hemingway, Sean Connery, Aldo Busi o Umberto Eco?". Il 47% aveva decisamente risposto Sean Connery, lasciando Umberto Eco al 18%. Si sperava che andasse meglio con il creatore di Montalbano, chiedendo se era un poliziotto di un serial tv, un personaggio creato da Camilleri, un protagonista dei Promessi sposi oppure un mafioso di un romanzo di Sciascia. Anche in questo caso il 34% delle risposte andava al personaggio televisivo, il 29% ai Promessi sposi e finalmente, terzo, con il 21%, arrivava Camilleri. E così altre domande dello stesso tenore, con altrettante paradossali risposte. Le quali, naturalmente, fanno sorridere ma, se ci si pensa, sono drammatiche, essendo uno dei tanti segnali preoccupanti dell'ignoranza diffusa nel nostro Paese, confermata anche da altre inchieste in vari settori. Se posso ricordarne una di cui io stesso avevo elaborato il questionario per Famiglia Cristiana, essa riguardava la cultura religiosa dei cattolici italiani e poneva domande facili del tipo: "Quanti sono i Vangeli?", a cui gli intervistati rispondevano per gran parte correttamente. Ma quando già si cominciava a fare qualche domanda meno scontata ad esempio a quale ordine religioso apparteneva Tommaso d'Aquino o in quale secolo si era tenuto il Concilio di Trento , le percentuali di errore salivano molto. Quando infine si affrontava il discorso dei libri, si scendeva quasi nell'abisso. Posso capire le difficoltà di sapere "che cos'è l'Esamerone": se un messale molto grande, un'opera di sant'Ambrogio, una speciale benedizione del Papa o l'appartamento dei cardinali. Ma non pensavo che il 40% degli intervistati non sapesse rispondere e un altro 40% sbagliasse la risposta alla domanda: "Chi è l'autore del Diario di un curato di campagna?": don Primo Mazzolari, Georges Bernanos, Alessandro Manzoni o un parroco in pensione che ha voluto mantenere l'anonimato? Questi spunti ci servono per ribadire che, se non viene rimossa almeno in parte la situazione deficitaria dell'istruzione, della formazione e della cultura, è improbabile che la lettura possa estendersi e rafforzarsi.
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Vincerà alfine la lettura emotiva? Occorre onestamente riconoscere che pensare al libro come orizzonte del futuro vuol dire in una certa misura difendere il libro anche da certi suoi sviluppi editoriali, ossia da quello che sta diventando il mercato librario: concentrato su un numero sempre più esiguo di titoli, un numero sempre più ristretto di case editrici e in aree commerciali numericamente sempre più delimitate. Non è possibile, naturalmente, invertire la principale direzione di marcia del commercio librario; si può tuttavia proporre qualcosa che vada al di là del puro e semplice mercato, svolgendo una capillare funzione di orientamento alla scelta dei libri di qualità che hanno meno possibilità di emergere, perché non riescono a entrare nei circuiti dell'informazione che conta, né hanno alle spalle strutture sufficienti a renderli visibili.
Per tutte le considerazioni fatte fin qui, ci dovremo comunque attendere nei prossimi anni un'accelerazione verso la lettura smaterializzata, nel senso che il bene a cui si accede o che si possiede non coinciderà più necessariamente con l'oggetto in sé, ma sarà legato piuttosto al servizio informativo e culturale offerto da una determinata proposta editoriale. Ma i cambiamenti saranno sensibili anche per la lettura del libro tradizionale. È probabile, infatti, che ci avvieremo sempre più verso una lettura emotiva (o d'impulso), fondata cioè su quella che è stata chiamata "commercializzazione dell'esperienza". Come ci insegna la pubblicità. Senza che ce ne accorgiamo, una pubblicità di scarpe non ci vende più soltanto delle scarpe, ci vende l'immagine della vita che intende trasmetterci attraverso quelle scarpe: che è poi il motivo per il quale dovremmo comprarle. Così è anche per i libri.
Influenzati dalla pubblicità, dal marketing, dalle classifiche, dai talkshow e, in genere, da tutto quello che è spettacolo, curiosità, dibattito, polemica, stiamo assorbendo dosi sempre più massicce di paraletteratura, instant book, autobiografie di cantanti, calciatori, attori, politici in attività o ex di qualcosa... Che non sono sempre "scritture a perdere" come le aveva definite in un suo libro Giulio Ferroni ma, in genere, creano una catena di montaggio psicologica fortemente condizionante, dalla quale non è facile uscire.