Rush finale della campagna elettorale in vista del referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia - previsto per i prossimi 22 e 23 marzo - che prevede la separazione delle carriere dei magistrati e il sorteggio dei componenti dei due nuovi Consigli Superiori della Magistratura e dell’Alta Corte disciplinare. Manca una settimana esatta al silenzio elettorale che porterà al voto di inizio primavera e lo schieramento che si oppone al ddl scritto dal ministro Carlo Nordio mette in campo l’“artiglieria pesante” dal punto di vista dialettico. Enrico Grosso non ha dubbi: la riforma sottoposta alla consultazione elettorale rappresenta un “attacco senza precedenti nel nostro Paese al principio di autonomia ed indipendenza della magistratura su cui si regge l'effettività della separazione dei poteri”. Secondo il presidente del Comitato per il No al Referendum, il disegno di legge di revisione costituzionale “non danneggia i magistrati, ma mette in pericolo la vita individuale e collettiva di tutti i cittadini”.
Nel corso del suo intervento al XXV congresso di Magistratura Democratica, che si è aperto questa mattina a Roma, Grosso prosegue in questo modo: “Non voglio che i giudici siano ricondotti a quel modello di magistratura gerarchizzata prona alla politica che la Costituzione ha voluto cancellare. Io voglio un giudice che renda davvero giustizia, che sappia tutelare i diritti dei più deboli contro le prepotenze dei più forti, quelli che di un giudice non hanno alcun bisogno perché hanno la forza di farsi giustizia da sé - ha aggiunto Grosso -. La Costituzione è un bene comune, è patrimonio immateriale della Repubblica, ricordiamoci chi l’ha scritta, chi erano i Costituenti, quale era la loro storia, e cosa hanno voluto lasciare al futuro. Nel dubbio la Costituzione non cambiamola, soprattutto se ci dicono di non preoccuparci. Se ci dicono di non preoccuparci, preoccupiamoci di più”.
Non è da meno l’intervento di Nicola Gratteri, in occasione di un’intervista rilasciata a Sky Tg 24. “In questo referendum ci sono due pilastri che si toccano, uno è separare il pubblico ministero del giudice, quindi toglierlo dalla cultura della giurisdizione: chi è per il sì e fa sempre l’esempio della partita di calcio e dice che il giudice è l’arbitro e le squadre sono da un lato il pubblico ministero dall’altra l’avvocato. Questo esempio non funziona, perché le due squadre di calcio non giocano con le stesse regole perché il pubblico ministero ha l’obbligo di trovare prove a favore dell’indagato, obbligo che non ha l'avvocato, quindi la partita non si gioca con le stesse regole”.
Secondo il procuratore di Napoli, già finito più volte nell’occhio del ciclone delle polemiche, “oggi il pubblico ministero ragiona come un giudice, ragiona su cosa serve per arrivare alla prova e infatti se il pubblico ministero non è convinto che gli elementi bastano per arrivare alla condanna, chiede l’archiviazione infatti è l’80% del lavoro che si fa nelle procure è proprio quello di istruire i fascicoli e poi fare una richiesta a che il giudice emetta un decreto di archiviazione, non una sentenza di assoluzione. Se il pubblico ministero deve fare sostanzialmente il frontman della polizia giudiziaria, è ovvio che si snatura tutto”.
Infine, la stoccata finale: “Continuamente, chi è per il Sì, fa il raffronto con gli altri Paesi dove c’è la separazione delle carriere e tra questi cita anche gli Stati Uniti, dove abbiamo visto cose aberranti come l’esecuzione di una donna che aveva le mani sul volante e il militare, messo di lato, le ha sparato sette colpi in faccia.
Intervenuto il giorno dopo un giorno, il ministro dice che assolutamente non c’è nessun reato e questo non sarà processato - conclude Gratteri -. Ma vi rendete conto che mi portate come modello gli Stati Uniti? Da anni dico che avrei paura di vivere negli Usa, perché conosco bene questo sistema giudiziario”.