«Io nego assolutamente - brontola col Giornale Massimo D’Alema - che le cose siano andate come sento dire da voi e da altri. Mai, durante la Bicamerale, ho appoggiato la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. La verità è che presentai una mozione che escludeva la separazione e che venne respinta. Ma la mia posizione era quella». Passa qualche minuto, e mandiamo a D’Alema il testo di una sua dichiarazione del settembre 1996: «Nell’ ambito dell’ autonomia della magistratura si può pensare che ci sia una articolazione sulla base delle diverse funzioni che i magistrati svolgono». Non sembra proprio un no alla separazione... Messaggio secco di D’Alema: «Gli atti della commissione Bicamerale sono accessibili. Informarsi è facile. Bisogna avere un po’ di pazienza e serietà». Quindi lei vota Sì o No?
«Ho promesso un’intervista al Corriere».
A spoilerare l’intervista, però, ci pensa lui stesso poche ore dopo: perché va a commemorare il sindaco di Bologna Renato Zangheri e va giù piatto: «Penso che questa cosiddetta riforma non affronti i problemi reali della giustizia e rischi persino di renderli più gravi», dice l’ex presidente del Consiglio e ex segretario del Pds. Così, dopo un silenzio che aveva sollevato qualche curiosità, D’Alema si arruola ufficialmente nel fronte del No. Come nel suo stile, lo fa con diversi distinguo: «Una riforma garantista ci vuole ma non questa», «voto No in difesa non dei magistrati ma degli indagati». Ma intanto è No.
Il problema è che intanto una separazione delle carriere c’è già stata: quella tra D’Alema e i dalemiani, il cerchio magico che gli stava accanto nell’epoca della Commissione Bicamerale parliamo di trent’anni fa- e che adesso ha preso altre strade. Sulla riforma della giustizia varata dal governo Meloni l’isolamento dell’ex lider maximo è ancora più vistoso. Dei compagni di un tempo si ritrova accanto quasi solo Gianni Cuperlo, che in Bicamerale era il suo ambasciatore, e che annuncia «voterò convintamente No» (pur concedendo che «non penso che tutti coloro che voteranno SÌ siano dei reazionari fascisti»). Per il resto, nella diaspora dalemiana è tutto un fiorire di endorsement per il Sì: da Marco Minniti a Claudio Velardi, da Nicola Latorre a Cesare Salvi, le teste che accompagnarono l’epoca d’oro di «Baffino» si schierano una dopo l’altra a favore della separazione tra giudici e pm. Ognuno con i suoi toni, ma compatti per spiegare le ragioni del Si: «Ritengo - dice Marco Minniti, che di D’Alema fu il tosto ministro degli Interni - che questa riforma sia un passo in avanti, che rende l’Italia più moderna, più europea e anche più sicura. Permetterà di rompere il potere del correntismo. Per questo voterò Sì al referendum sulla giustizia». «L’approvazione della riforma è una bonifica culturale, potremo tornare a parlare di giustizia», gli fa eco Nicola Latorre. Cesare Salvi, che del Pds era responsabile per la Giustizia: «Il testo approvato è chiaro nel confermare le garanzie costituzionali di indipendenza». E Claudio Velardi, oggi direttore del Riformista: «La campagna per il referendum sta diventando offensiva nei confronti degli elettori per responsabilità dei sostenitori del No. Capiscono di non avere argomenti solidi contro la separazione delle carriere che volevano fino a ieri e allora buttano la palla in tribuna».
Un coro, insomma, che diventa ancora più vasto se si allarga la cerchia a chi non era dalemiano di stretta osservanza - Chicco Testa, Claudio Petruccioli ma che stava comunque nel gotha. Un mondo dove la scelta di D’Alema a favore del No crea un po’ di malinconico stupore in chi ricorda come dei magistrati, e della loro invadenza nel campo della politica, D’Alema pensasse tutto il male possibile.