Meglio un bestseller turco che Baricco

Quando ero piccolo impazzivo per Jonathan dimensione avventura, da grande avrei voluto diventare come Ambrogio Fogar. La migrazione dagli oceani reali a quelli della letteratura richiede un coraggio eccessivo: con la penna riesci a esplorare luoghi al di là del lecito e dell’umano, «cieli in lampi squarciati», «paludi in fermento» e «orridi incagli in golfi mori», dove ci conduce, ad esempio, Arthur Rimbaud a bordo del suo Battello ebbro, più grande di ogni Lawrence d’Arabia, più affascinante di Indiana Jones. La letteratura è la landa del sogno, dell’avventura sfrenata, dell’epica conclamata. Se è così, allora, la letteratura italiana contemporanea è una boiata pazzesca, una noia al cubo.
In effetti, per chi desidera i marosi di Melville o le sanguinose praterie di McCarthy, per chi vuole navigare al fianco di Lord Jim o correre con Jim Hawkins alla ricerca del tesoro di Long John, per chi ha fiato da vendere per cavalcare la tigre di Mowgli, c’è poca trippa, i romanzieri italiani girano attorno all’ombelico della Seconda Repubblica ma non riescono neppure a imbastire un complotto banale e cinematografico come James Ellroy. Il romanziere italiano medio scrive un romanzo come se fosse una querelle di Annozero e dell’Infedele, e se ignora la politica imbastisce aridi romanzi scritti dentro le mura del proprio io, costruisce un bello specchio dove rimira il proprio sfascio mentre altri, altrove, impalcano orizzonti sconfinati e terre da conquistare.
Mettiamola così: per lo meno ci sono i turchi. Ecco, fate così, lettori avventurosi, gettate dall’oblò i romanzi di Scurati-Piperno-Desiati-Lucarelli-Baricco, uno vale l’altro, e gettatevi nei campi crudi (e curdi) del Tauro, «rocciosi e impervi che invano si cercherebbe uno spiazzo per costruirvi una casetta», evocati per voi da Yashar Kemal, il guru della letteratura turca, nel suo romanzo più celebre, Memed il falco, scritto a trent’anni, pubblicato nel 1955, ora in edizione Bur (pagg.450, euro 13) dopo un passaggio nel 2002 dall’editore Tranchida (la traduzione di oggi è la stessa di allora). Memed è un Robin Hood in salsa turca, la vicenda è la solita del povero Lancillotto contro i bruti padroni, spadroneggiano paesaggi esaltanti e lussureggianti storie d’amore. Il libro, il primo di una serie di quattro (il secondo è in catalogo Tranchida, con titolo hollywoodiano, Il ritorno di Memed il falco, 2006), si legge con trasporto, nonostante i colpi di luna dell’autore, che nell’Introduzione mescola capra e cavoli, «Gesù Cristo e Che Guevara» che insieme col suo Memed sono della stirpe di quelli «il cui destino è ribellarsi». Nonostante Kemal si riempia la bocca di Dostoevskij e di Omero, di Flaubert e di Cechov, nega la vera fonte di Memed, che è Chadzi-Murat di Lev Tolstoj, il più grande romanzo di avventura mai scritto, perché trascende i confini dei generi, scompaginando tutto. La prova della venerabile imitazione è nelle pagine iniziali: Kemal ci descrive i cardi che «prosperano nelle terre incolte» del Tauro; Tolstoj dedica la prima pagina di Chadzi-Murat a un cespuglio di cardi distrutti, che è «come un essere cui avessero lacerato una parte del corpo, avessero rovesciato le budella, avessero staccato un braccio, avessero strappato gli occhi, e tuttavia non cedesse a chi gli aveva annientato tutti i fratelli».
E noi poveri amanti della letteratura italiana, come ci lasciamo? Segnatevi questi due nomi: Vittorio Giovanni Rossi e Giovanni Battista Cerruti. Entrambi liguri, il primo è un narratore di razza, che merita di essere dissepolto; il secondo è un avventuriero disperato autore di alcuni cruenti reportage come Tra i cacciatori di teste. Sono i nostri Joseph Conrad: ognuno ha quello che si merita.
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