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Meryl Streep: "La felicità? Amore, sesso e cibo"

La star che riceverà il premio Marc’Aurelio alla carriera presenta Julie&Julia, la storia della presentatrice televisiva che insegnò alle americane i segreti della cucina: "Ho sessant’anni, ammiro la Loren e vorrei lavorare con Scorsese"

Meryl Streep: "La felicità? Amore, sesso e cibo"

Roma - «Io ho sessant’anni!», scandisce in italiano Meryl Streep, ieri regina all’Auditorium in finale di partita, quasi a dire: datevi una regolata. Naturalmente, applausi a scroscio: quale nostra attrice avrebbe pronunciato questa frase con quella commovente fierezza, che hanno le donne in pace con se stesse? «La mia è stata una vita fortunatissima: nella mia carriera avrei potuto impersonare un uomo, una donna, o una vecchia signora grassotta. Ho sempre pensato che mi si potesse plasmare come argilla», dice con l’umiltà delle vere star la protagonista di Julie&Julia, garbata commedia di Nora Ephron (dal prossimo venerdì sugli schermi), fuori concorso. Vestita con semplicità, coda di cavallo e zero trucco, l’interprete più brava della scena contemporanea, che ha il record di quindici nomination all’Oscar (avendone vinti due), anima un siparietto amoroso tra sé e chi ne ammira carisma, duttilità, quel non fermarsi mai, un successo dietro l’altro (l’anno scorso, nel musical Mamma mia!, Meryl cantava e ballava come una ragazzina), un film diverso dall’altro. Non abbiamo fatto in tempo ad apprezzarla come moralista, nel drammatico Il dubbio ed eccola in pista, scanzonata e gigiona, come cuoca che passa gli «anta» e se ne frega: tanto, la sua Julia Child (cuciniera americana realmente esistita e, nei Sessanta, presentatrice della rubrica tv Bon appetit!) prepara manicaretti, ha un marito simpatico (Stanley Tucci) e scrive ricette deliziose. «In cucina siete soli. Chi vi vede?», suggerisce Julia, indicando la via d’uscita dallo stress quotidiano e facendo ridere mentre concia il piccione, disossa un’anatra, combatte con la pasta sfoglia a colpi di mattarello, fingendo d’essere una carampana, solo più vivace delle altre. Ovvio che, a distanza di decenni, la trentenne Julie Powell (Amy Adams) s’ispiri a lei, cucinando in un anno le 524 ricette del libro di Julia (la Child insegnò alle massaie americane come nobilitare i cibi «alla francese») e trasformando in un blog tale sfida.

«Ciò che brilla, veramente, in fondo al cesto è: amore, sesso, cibo. È questa la piccola gemma che si nasconde in fondo alle nostre vite. Mentre il potere, la carriera, i soldi, possono mettere in ombra quel che conta veramente. Basta poco per essere felici: finché abbiamo un tetto sulla testa e cibo a sufficienza, va tutto bene. Almeno, questo vale per la mia vita», osserva la Streep (attiva nel movimento Slow Food, col gruppo «Mothers and others», «Mamme e altri»), mettendo a fuoco il messaggio del film. E bisogna vederla mentre, filo di perle al collo e borsetta sottobraccio, fa la parte della svampita, che s’iscrive a un corso di «Cordon Bleu», perché, nella Parigi del 1941, non sa cosa fare. Riuscirà la doppiatrice italiana a rendere la voce di testa, tutta trilli, che Meryl usa come Gazzelloni il suo flauto? «Mi sono ispirata a mia madre: ho voluto renderle omaggio, perché aveva la stessa gioia di vivere di Julia. Entrando in una stanza, la illuminava. Ho sempre desiderato somigliarle, essere come lei: una donna che guardava alle cose belle della vita, non a quelle negative», racconta la star che per la prima volta, come i colleghi Robert De Niro e Al Pacino, avrà la percentuale sugli incassi del film. «Di recente sono stata in Cina e la gente, per strada, citava Kramer contro Kramer! Rubo a tutti gli attori, specie se uomini. Da piccola guardavo i film di Carole Lombard in tivù e ho invidiato, una sola volta, Jessica Lange, per il ruolo di Patsy in Sweet Dreams. I miei rapporti con Sophia Loren? L’ammiro, mi ha colpito. Mio marito, poi, non si è mai ripreso! E vorrei che Scorsese avesse interesse per un personaggio femminile, da dare a me», confessa lei, che consegnerà a De Niro il premio «Kennedy Honour», intanto che l’aspetta il «Marc’Aurelio» alla carriera.

E le due figlie attrici? «Capisco la loro ansia: sulle ragazze, costrette a essere magre e bellissime, oggi c’è una pressione che annulla la capacità d’impersonare vecchie signore grasse. Che meritano d’essere impersonate». Come Meryl, nessuna mai.

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