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"Mi fa male il mondo". Con Marcorè risuona Gaber

Sul palco pure quattro pianisti. Tutta la preveggenza del suo teatro-canzone nelle opere del cantautore

"Mi fa male il mondo". Con Marcorè risuona Gaber
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Gli eroi? Meglio non averne bisogno, secondo la spesso abusata massima di Bertolt Brecht. Piuttosto, è molto meglio sfruttare l'utilità dei profeti, perché quelli vedono lontano, anticipano e, se li si ascolta, si evitano un sacco di guai. Giorgio Gaber non avrebbe mai accettato questa etichetta dal sapore biblico (troppa autoironia nel suo Dna per prendersi così sul serio) ma certo le diottrie per vedere lontano le aveva tutte. Lo sa bene Neri Marcorè che da anni porta in scena spettacoli dedicati a Mister G, l'ultimo dei quali - Gaber Mi fa male il mondo, scritto con il regista Giorgio Gallione, tratto dal meglio e anche dal più prezioso bagaglio "profetico" del teatro-canzone è in scena da oggi a domenica al Teatro Carcano.

Il mondo ci fa male dappertutto, è un fatto comprovato, e i brani scritti da Gaber con Sandro Luporini compongono un repertorio quanto mai attuale per riflettere sorridendo di noi e del mondo. E pure di lui stesso, "l'uomo con le due G maiuscole" come lo definisce Marcorè perché "l'autoironia è il filo rosso che percorre la produzione di Gaber e Luporini ed è una componente della vita fondamentale: permette di osservare le cose in dettaglio senza prendersi troppo sul serio. Non c'è pezzo in cui questa coppia di straordinari autori non mettano loro stessi sul banco degli imputati prima di farlo con gli altri". Con l'attore marchigiano, che tutti sanno essere anche abile chitarrista, sul palcoscenico del Carcano sono attesi quattro giovani pianisti (Eugenia Canale, Lorenzo Fiorentini, Eleonora Lana e Francesco Negri) pronti a dialogare tra loro o ad alternarsi per duettare con Neri Marcoré su brani come "Mi fa male il mondo", "Il sosia", "L'uomo che sto seguendo", "L'odore", "Non è più il momento", "La peste", "Si può", "I mostri che abbiamo dentro" , "Io se fossi Dio", completamente riarrangiati da Paolo Silvestri. "Con il maestro spiega l'attore abbiamo cercato di portare le canzoni di Gaber in un nuovo territorio sonoro, per evitare il rischio della canzonetta o, ancor di più, il cliché". Una carrellata di canzoni che si fanno teatro in una cornice narrativa semplice quanto efficace: "Lo spettacolo - spiega Marcorè - nasce con l'idea di andare a frugare nel laboratorio di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Entrando in scena trovo alcune registrazioni dei suoi spettacoli ma soprattutto le fonti dalle quali i due autori prendevano ispirazione: Céline, Adorno, Musil, ma anche i nostri Calvino, Rodari, Pasolini. Sono spunti dai quali partiamo per portare in scena un monologo o per ripercorrere la genesi di una loro canzone". E dunque altri mondi letterari si intrecciano con quello di Gaber, in una sorta di citazioni e ispirazioni, ciò che è il vero e proprio flusso "elettrico" dell'arte. Se c'è profezia c'è in ogni caso anche politica, nel senso più nobile e meno fazioso del termine: "Alcuni di questi brani sono puramente politici spiega Marcoré vi sono presenti messaggi di ribellione anche rabbiosa di fronte al panorama decadente e deprimente di quando i due autori scrivevano, gli anni Settanta. Un panorama nel quale non è affatto difficile riconoscerci anche oggi".

Il teatro-canzone è una cornice nella quale Neri Marcoré si trova sempre più a suo agio: "Certo, l'unico modo per non sbagliare è rileggere Gaber senza volerlo replicare.

Lui era inimitabile, capace com'era di gestire temperature comunicative diverse: l'ironia, la satira anche sociale, il paradosso, la comicità. E ci riusciva perché era un attore, oltre che un cantante, eccezionale: riusciva a fare teatro soltanto col solo corpo, senza scenografie particolari. Gaber riusciva a evocare, a farti vedere tutto".

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