«Mia figlia down non può sposarsi» Ma il tribunale dice sì alle nozze

IL DUBBIO La madre chiede : «Serena sarebbe in grado di capire cosa comporta questa scelta?»

VareseSerena ha 18 anni e un fidanzato. È innamorata e candidamente ha confessato di volersi sposare con lui. Serena, pur essendo maggiorenne, è affetta dalla sindrome di Down, così la celebrazione o meno del suo matrimonio è finita in un fascicolo del giudice tutelare del tribunale di Varese dove la ragazza risiede. A opporsi al matrimonio è la madre della ragazza che ha chiesto al giudice di essere nominata amministratrice di sostegno non solo per attività pratiche tipo stipulare contratti o effettuare operazioni bancarie, ma anche per quanto riguarda le cure mediche e soprattutto il matrimonio. La decisione del giudice è arrivata ieri ed è racchiusa in cinque semplici parole: «Serena ha diritto di sposarsi». «La sindrome di Down non priva il soggetto della capacità di orientarsi nelle scelte di vita, di emozionarsi, di scegliere per il proprio bene, di capire e comprendere e, se del caso, affezionarsi, o addirittura innamorarsi», scrive il giudice Giuseppe Buffone nelle motivazioni del decreto. La vicenda giudiziaria inizia a giugno quando Serena diventa maggiorenne. Uno spartiacque fondamentale perché se prima le decisioni dei genitori erano vincolanti in virtù della sua minore età, dal compimento dei 18 anni cambia tutto. Serena è maggiorenne, bisogna chiedere al giudice di essere nominati amministratori di sostegno. È la stessa madre ad avanzare gli ambiti: economici, di salute e affettivi. Il giudice boccia gli ultimi due. «Bastava guardarla quella ragazza per capire che, nonostante la sindrome congenita, è sveglia e audace - racconta il giudice -. Quando l'ho ascoltata mi ha detto che quello era il suo secondo fidanzato anche lui diversamente abile e che il suo sogno era di sposarlo. Decretare che Serena possa contrarre matrimonio solo con il consenso della madre equivarrebbe a negare un diritto fondamentale della persona riconosciuto sia nella Dichiarazione fondamentale dei diritti dell'Uomo, sia nella nostra Costituzione». Non solo. Aggiunge il giudice: «Un divieto di nozze implicito (che discenderebbe dal sostituire in tale scelta la madre) violerebbe apertamente l'art. 5 della Convenzione di New York ove sancisce che gli Stati devono vietare ogni forma di discriminazione fondata sulla disabilità e garantire ai diversamente abili uguale ed effettiva protezione giuridica contro ogni discriminazione qualunque ne sia il fondamento». Comprensibile, se vogliamo, l'opposizione della madre che davanti al giudice ha spiegato le sue preoccupazioni. Una su tutte: Serena sarebbe in grado di capire cosa comporta il matrimonio? Sarebbe in grado di vivere in una casa senza i genitori di supporto? E poi ci sarebbero tutte le incombenze quotidiane per le quali invece dovrebbe comunque sempre intervenire la madre. La psicopedagogista che ha in cura la ragazza aveva presentato al giudice una relazione nella quale escludeva categoricamente la «possibilità di poter consentire a Serena di contrarre matrimonio». Valutazione che il giudice ha ritenuto «non supportata da idonea motivazione». «Gli esiti dell'esame, peraltro - conclude Giuseppe Buffone - hanno consentito a questo giudice di verificare il rapporto di Serena con il mondo degli affetti allorché questa, con determinazione, sorridendo, ha dichiarato: io mi sposo con il mio fidanzato».
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