Cento anni dalla nascita, 10 dalla morte e per il teatro di Dario Fo non ci sono belle notizie. Solo riproposte, da Mistero Buffo ad alcuni monologhi al femminile, mentre solo Morte accidentale di un anarchico è andata in scena ben tre volte, forse perché ritenuto il più adatto, benché lontano dal contesto storico-politico in cui era nato. Ma perché le sue commedie sembra che non interessino più? Forse la difficoltà di misurarsi con la sua grandezza di interprete, il mutamento della situazione storico-ideologica, l'assenza di attori capaci di interpretarne le farse e lo scarso interesse a questo genere e una comicità che non è più trasgressiva, come era quella di Fo.
Viviamo nella società del disimpegno, della comicità superficiale, in quella che Dario avrebbe definito di ignavia ideologica, dove è più semplice ricorrere alla parodia, alla buffoneria e non alla comicità profonda, col suo risvolto tragico senza, per questo, corrispondere all'umorismo. Lo capirono Elio De Capitani e Ferdinando Bruni portando all'Elfo-Puccini Morte accidentale di un anarchico scegliendo la via della filologia, lavorando sui manoscritti, scegliendo un finale diverso e puntando non tanto sul valore politico della farsa che raccontava a modo suo, la morte di Pinelli, quanto sui danni della burocrazia, da disprezzare più della politica. Altro segno fu trasformare il matto in un clown con bombetta, scegliendo una comicità più accessibile, costruita sul paradosso e sull'allucinazione. La commedia andò in scena nel 2002, Dario era ancora in vita e siamo, quindi, ben lontani dal centenario grazie al quale sono state avviate iniziative, direi alquanto scontate e fatte di ricordi di chi ha lavorato con lui, di attori e attrici amiche, di qualche convegno, iniziative editoriali, quasi per volere attutire il grande assente, ovvero il Teatro che non può essere quello già visto, con l'eccezione di una diversa interpretazione di Latella sempre di Morte accidentale di un anarchico, ripreso da Lodo Guenzi, in questa stagione, con la regia di Giorgio Gallione.
Ma la grande assente è proprio Milano, la città dove Dario debuttava con le sue commedie presessantottesche, al Manzoni e all'Odeon. E poi c'era la Milano di Mistero buffo all'Università Statale, dinanzi a 3mila giovani, la Milano della Palazzina Liberty, dei circuiti alternativi, delle Camere del lavoro, una Milano dalla memoria corta che non ha pensato, per il centenario, di portare in scena una o due delle oltre 50 commedie. Al contrario di Eduardo che dopo la morte continua a vivere sui palcoscenici, Dario è stato accantonato dai teatri, quelli che avrebbero dovuto attivarsi per ricordarlo, producendo spettacoli e non chiacchiere. La Camera del Lavoro sabato proporrà Canzoni, pernacchie e giullarate.
Il Piccolo lo ricorderà lunedì con un ritratto coordinato da Giuseppina Manin e Giovanni Agosti, e letture di Sandro Lombardi. Il Comune apporrà una targa sul palazzo dove abitava con Franca. Ma il grande assente è ancora il teatro.