Quella conversazione con la morte è quasi un inno alla vita

Dopo «Cleopatras», in scena al Litta un'altra perla di Testori; che folgorò Vittorio Gassman

Andrea Bisicchia

«Conversazione con la morte» di Giovanni Testori che andrà in scena il 19 al Teatro Litta, è un testo poco noto, ma che vanta una sua storia particolare. Fu scritto per Renzo Ricci, a cui l'autore lo inviò, accompagnandolo con una lettera, nella quale sosteneva di averlo composto per fare apprendere «ai dissennati e inconsueti uomini di oggi, che tutto fanno dimenticare, appunto lei, la morte, che la morte si può anche amare». Franco Parenti si fece da tramite a questa operazione, che, però, non andò in porto, dato che Ricci stava molto male. Fu Testori stesso che, il 7 Novembre 1978, se ne fece interprete, al Pier Lombardo, in una serata indimenticabile per chi ne fu un testimone come me. Quella sera, Testori indicò un modo diverso di accostarsi alla morte, con un tono tra il drammatico e l'elegiaco. Nel 1989, Vittorio Gassman, in una lettera datata 9 Marzo, chiese a Testori l'autorizzazione a includere in un suo Recital da recitare al Teatro Carcano, i versi finali di Conversazione con la morte, che iniziano «Dite: Morte/ non è l'alba». Sei giorni prima, Lamberto Puggelli l'aveva messa in scena al Piccolo Teatro, con Tino Carraro protagonista, con quella voce fredda, ma che sapeva far vibrare a mo' di preghiera. Si trattò ancora di un evento salutato con interminabili applausi. Per completezza, ricordo che il 3 Gennaio del 1991, al Teatro Flaiano di Roma, fu Roberto Guicciardini a curare la regia, con Gianfranco Barra protagonista. Dopo vent'otto anni, Conversazione con la morte ritorna in scena con la regia di Mino Manni e l'interpretazione di Gaetano Callegaro. Di cosa si tratta? È forse un monologo? Un testo liturgico? Una salmodia? Testori lo ambientò nel sottoscala di un teatro che un vecchio attore, quasi cieco, aveva scelto come una tana, per recitarvi dei versi che avevano, come argomento, il rapporto tra vita e morte, versi che sembravano dei lamenti e, a volte, delle preghiere. Testori traccia un itinerario quasi dantesco, come se, dopo tanto inferno, tanto dolore, che era stato oggetto degli eroi, portati in scena dagli Scarrozzanti, avesse sentito il bisogno di far pace con la vita e di abbandonarsi al mistero della morte che, a volte, prende le sembianze di una cagnetta, a volte, della madre morta e dell'amico scomparso. Egli ha abbandonato la gloria, il teatro che lo ha reso famoso, quello degli eroi come Amleto, Edipo, Otello, quello dell'orgoglio, per tornare alla ricerca dell'amore, della carità, della pietà, della dignità, con una parola e una forma nuove, oltre che con una nuova pronuncia, non sapiente, ma che riesca ad acquistare la sapienza dalla propria esperienza interiore, è quel linguaggio che ritroveremo, sei anni dopo, nei Promessi sposi alla prova che Andrée Ruth Shammah ha portato in scena, in una nuova versione, con Luca Lazzareschi e Laura Marinoni, dove ritroviamo parole come dignità e speranza. La lingua, per Testori, è tutto, come lo era il verso per D'Annunzio, del quale, in certi momenti di Conversazione con la morte, sento l'eco di La pioggia nel pineto e di La sera fiesolana. Mino Manni che ha ripreso, sempre al Litta, nello spazio della Cavallerizza, Cleopatras, con una splendida interpretazione di Marta Ossoli, ha ambientato il suo spettacolo in una chiesa benedetta o maledetta, ha trasformato l'altare in tavolaccio da obitorio, dove si avvertono echi liturgici, alternati con marce funebri e dove il vecchio attore lancia le sue invettive come un vero atto d'amore.

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