«La cultura ci può salvare Ma adesso questa città deve ripartire dai bambini»

L'ex vicesindaco e fondatore dell'Orchestra Verdi: «Ora la crisi va sfruttata, il Comune non aspetti»

Massimo Colombo

Chi sa cos'è stata Milano dagli anni Ottanta ad oggi, lo conosce. Luigi Corbani, classe 1947, è stato per un quarantennio un punto di riferimento costante della vita politica e culturale cittadina. Vicesindaco e assessore alla Cultura, ricoprirà lo stesso incarico anche il Regione Lombardia, nella prima metà degli anni Novanta. Milanese, innamorato di Milano da sempre e abituato a pensare in grande, proprio in quegli anni difficili (siamo nel pieno dell'inchiesta Mani pulite) tenta un'impresa che in un Paese come questo ha dell'incredibile: costruire da zero una grande orchestra sinfonica, laVerdi.

Corbani, stiamo vivendo un momento particolarmente problematico, per certi versi inesplicabile, dove la priorità è la salvaguardia della vita in senso fisico: c'è spazio per la cultura?

«C'è e ci deve essere! La cultura è il tessuto connettivo della società e Milano, anche in questo, è leader. Non si può prescindere dalla cultura, anche e soprattutto nei momenti di crisi, come questo. E lo stiamo vedendo tutti i giorni. Costretti a stare in casa, in realtà non siamo isolati: fioriscono continuamente iniziative le più varie, da parte un gran numero di soggetti, sfruttando internet e le tecnologie informatiche che ci soccorrono».

Sì, d'accordo, ma questa è una situazione di emergenza, speriamo transitoria. E dopo, che cosa può succedere?

«Succede che questa fase va sfruttata per continuare e migliorare il lavoro fatto in passato e predisporre le linee guida per il futuro».

Lei come la vede?

«Io procederei così. Innanzitutto il Comune dovrebbe puntare sui più piccoli, sui bambini e i ragazzi di ogni età, che in queste settimane sono a casa da scuola. Come? Con un portale dedicato a loro, che serva all'educazione all'arte e al bello in generale, attraverso il patrimonio culturale di Milano che è immenso. Così si raccolgono in un unico grande contenitore le proposte letterarie delle biblioteche, quelle delle varie istituzioni cittadine, musicali, artistiche, coinvolgendo altri soggetti, dalla Rai ai cinema. Questo naturalmente deve valere anche per il futuro, dando vita a un sistema che col tempo si autoalimenta e ha nel Comune la sala di regia. Sarebbe anche un ottimo strumento di integrazione etnica, oltre che sociale, a costi risibili».

E per i grandi, cosa si può fare?

«Il discorso è di vecchia data ma sempre valido. Il presupposto ineludibile è che le istituzioni culturali (salvo rarissime eccezioni) non possono stare in piedi con le sole proprie forze: hanno bisogno di aiuti esterni. Ecco che il Comune, dalla sala di regia che gli compete, può istituire un fondo, garantito dal valore patrimoniale dei beni di proprietà del Comune stesso, che si alimenta con emissione di obbligazioni (Bond Cultura) e con sottoscrizioni volontarie (come l'art bonus, che consente deduzioni fiscali). L'obiettivo è quello di rilanciare le attività culturali esistenti ma anche quello, strategico, di sfruttare questa situazione di stallo per investire nel futuro, promuovendo nuove forme e attività di spettacolo».

Non la vedo tanto facile...

«Certo, ci vuole un po' di coraggio! E cercare di mandare in soffitta invidie, gelosie, titubanze e finalmente unire le forze in uno sforzo congiunto verso l'obiettivo di fare di Milano la capitale culturale del Paese. Ecco perché il ruolo del Comune è non solo strategico ma imprescindibile. Un'altra cosa, non certo secondaria. Proprio perché la cultura è la spina dorsale del sistema città', non è possibile lasciare scoperte alcune aree della città stessa. Non sto facendo una questione di centro e di periferie. Mi spiego: il sistema bibliotecario milanese è sicuramente all'avanguardia, e non è pensabile di lasciare prive di un centro nodale anche e soprattutto sotto l'aspetto sociale - come la biblioteca, aree avanzatissime sotto altri aspetti come Porta Nuova o City Life. Penso ad esempio alle nuove aree ex ferroviarie di sviluppo urbanistico».

Quindi?

«Quindi siamo al punto di partenza: bisogna necessariamente riorganizzare e unificare il patrimonio culturale della città, che è sterminato, per dare al pubblico, interno o internazionale che sia, un'idea diversa della città stessa. Faccio un esempio che si trova a poco più di mezz'ora di auto da Milano: guardiamo quello che hanno fatto a Lugano con il LAC, dove hanno unito il Civico Museo cittadino con il Museo Cantonale. Le proporzioni sono diverse, è chiaro, e a Milano si potrebbero fare più musei, ma riproposti secondo un filo conduttore preciso e riconoscibile, che accompagni il visitatore lungo un unico percorso (con un unico biglietto), che va dall'arte romana al Novecento, semplicemente riorganizzando le strutture già esistenti, coinvolgendo tutti i soggetti, pubblici e privati, da Brera al Castello, dal Poldi Pezzoli alle Gallerie d'Italia, dal Museo del Novecento al Museo Diocesano, all'Ambrosiana e così via. In altre parole, non ha senso un patrimonio come il nostro, disperso in un sacco di sedi differenti. Allora bisognerà mettere le opere del 500 tutte insieme, così come quelle di tutte le altre epoche, fino ai contemporanei. E costruire anche nuove sedi musueali moderne nei quartieri di nuovo sviluppo. In questo modo, si potrà anche ovviare al difetto strutturale di gran parte dei nostri musei, che non hanno spazi sufficienti da dedicare a mostre temporanee, che poi sono quelle che consentono a tutto il sistema di reggere».

Ci faccia capire meglio...

«Siamo nell'anno del 500° anniversario della morte di Raffaello. Bene. Siccome a Brera e alla Pinacoteca Ambrosiana ci sono opere di Raffaello, tu dovresti avere a disposizione un unico centro di informazioni, tipo un portale di tutti i musei della città, dove trovi l'elenco e la dislocazione non solo delle sue opere, ma anche di tutto quello che c'è di Raffaello nel mondo. Questo ti dà la possibilità di creare iniziative diverse, realizzare sinergie con partner internazionali, produrre eventi speciali, ingolosendo il pubblico che così è incentivato a venire qui».

In conclusione?

«Dobbiamo avere una visione di insieme delle cose e saper guardare lontano. Non possiamo guardare il passato, dobbiamo gestire in modo innovativo il presente per costruire il futuro di Milano. Milano non è l'economia. Milano è cultura ed economia: la ripresa economica non può avvenire senza una forte innovativa crescita culturale».

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