Gobbato, l'ingegnere che salvò l'Alfa Romeo, aiutò i partigiani e fu ucciso dai comunisti

Si rifiutò di scappare, "il mio posto è con gli operai»"e fu freddato in viale Duilio. Ora Galbusera, Fondazione Kuliscioff, chiede al sindaco di intitolargli una via

Gobbato, l'ingegnere che salvò l'Alfa Romeo, aiutò i partigiani e fu ucciso dai comunisti

Milano, un mattino non come tutti gli altri. È il 28 aprile del 1945, tre giorni dopo l'inizio dell'insurrezione antifascista. In città riaprono i primi negozi, ma il clima è ancora da guerriglia. Per le strade si spara da automobili in corsa e i cecchini fanno fuoco su tetti e balconi. Sono iniziate le esecuzioni sommarie, per molti farsi vedere in giro è pericoloso. Lo avevano detto anche a Ugo Gobbato, cinquantaseienne direttore delle Officine Alfa Romeo del Portello. Trevigiano di Volpago del Montelllo, ingegnere meccanico ed elettronico, reduce dal Carso fu chiamato giovanissimo da Giovanni Agnelli a progettare e dirigere il nuovo stabilimento Fiat del Lingotto, a Torino. Nel 1933 il passaggio all'Alfa Romeo che contribuì a salvare dal fallimento. Gli avevano consigliato di darsi alla macchia in Svizzera, come altri dirigenti considerati «nemici» per il solo fatto di trovarsi in quella posizione. Non ci fu ragione, «il mio posto è vicino agli operai». Pur disautorato pochi giorni prima dal Cln aziendale, rifiutò sdegnosamente di andarsene: era consapevole che il suo «atteggiamento di dignità e serietà, oltre agli indiscussi meriti tecnici, gli avessero procurato la stima di tutti indistintamente: fascisti e antifascisti, anglo-americani e tedeschi». Infatti il Comitato ritenne di lasciarlo al proprio posto e i due improvvisati Tribunali del Popolo lo assolsero, offrendogli addirittura un'automobile per tornare in azienda: «Dalla voce pressoché unanime dei numerosissimi testimoni è risultato che era stimato e benvoluto da tutti i collaboratori e dipendenti». Qualcuno, però, in fabbrica non la vedeva così: uno di questi era l'operaio Antonio Mutti, nato a Mosca 35 anni prima e militante del Partito comunista italiano clandestino che insieme al collega Mattarello aveva deposto contro Gobbato e non aveva digerito che l'avesse «fatta franca».

L'epilogo lo lasciamo al piglio cronachistico di un raro documento portato alla luce dalla Fondazione Anna Kuliscioff, attiva a Milano con lo scopo di favorire e sviluppare gli studi sul movimento operaio e sindacale: «Il 28 aprile 1945, verso le ore 9,30, l'Ing. Ugo Gobbato, direttore generale delle Officine Alfa Romeo, venne barbaramente trucidato a colpi d'arma da fuoco in Milano, in viale Duilio, angolo ex via Domodossola, da alcuni individui che si trovavano a bordo di un'autovettura, piccola e di colore scuro, mentre, a piedi e solo, si stava dirigendo verso la propria abitazione proveniente dallo stabilimento dell'Alfa Romeo». Sono le prime righe della sentenza con cui il 13 luglio 1960 il giudice istruttore del Tribunale di Milano Antonio Catalano, dopo aver ricostruito fatti e profili delle persone coinvolte sulla base delle requisitorie del pubblico ministero, dichiarò l'omicidio un delitto politico, con la conseguente improcedibilità verso l'unico imputato, proprio il Mutti - che all'epoca guidava una Lancia Augusta blu ed era nella lista degli operai «indesiderabili» -, per effetto dell'amnistia concessa l'anno prima dal presidente Gronchi in occasione del quarantennale di Vittorio Veneto. Con non pochi dubbi, per la verità, perché dai dieci fogli dattiloscritti, ingialliti per il tempo, emergono tutte le incertezze con cui il giudice milanese, pur riconoscendo che il Mutti «avrebbe agito soprattutto per vendetta», arriva con malcelata fatica a «riconoscere che sia stato spinto, almeno in parte, da motivi politici», in un periodo in cui «le persone occupanti un qualunque posto di comando o di direzione, anche in campo strettamente industriale, erano per antonomasia fascisti e andavano pertanto eliminate per il presunto benessere della Nazione» e in cui «anche se il motivo sia di lucro o di vendetta, il delitto dovrà comunque considerarsi come politico».

Il documento, spiega Walter Galbusera presidente della Fondazione Kuliscioff «faceva parte della collezione privata del fondatore Giulio Polotti, politico e sindacalista milanese che in 50 anni raccolse oltre 40mila volumi e documenti. Riordinando le migliaia di carte sulla Resistenza mi sono imbattuto in questa storia dimenticata che dice molto su tutta un'epoca». Una sentenza che, vista a 60 anni di distanza, appare essa stessa politica. Proprio in questi giorni Galbusera ha chiesto a consiglieri e Giunta comunale di dedicare una via, un parco, un giardino o almeno una targa alla memoria di Gobbato, figura-simbolo della Milano operosa e si sta impegnando per costituire un comitato: «Fu un grande professionista, un tecnico capace e libero da condizionamenti ideologici che esprime al meglio lo spirito della nostra città e della Lombardia dedita al lavoro, fucina di idee, progetti e innovazioni. Mi auguro che il Consiglio sappia decidere al di sopra degli schieramenti, sarebbe un peccato non onorarne la memoria». A maggior ragione perché «l'Ing. Gobbato, come l'istruttoria ha chiaramente dimostrato, non volle mai interessarsi di politica. Era un tecnico e volle rimanere esclusivamente tale. Rifiutò l'iscrizione al Partito Fascista Repubblicano e di prestare giuramento alla Repubblica di Salò. Pensò soltanto e costantemente al bene dei suoi operai e dell'azienda». Fu proprio in quest'ottica che si servì dei rapporti con le autorità tedesche (inevitabili nella sua posizione) «per preservare gli impianti, oltreché della Società da lui diretta, anche di altri complessi industriali». Inoltre «aiutò il movimento partigiano mediante rifornimenti di viveri e denaro» e scongiurò la deportazione di molti operai in Germania. Ma si sa, a volte la storia è ingrata. Proprio come certi uomini che si arrogano il diritto di farsene interpreti.

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