Le istituzioni porto sicuro nella tempesta

C'era qualcosa di nuovo, anzi d'antico ieri nel sole dei giardini di Palazzo Diotti, dove il prefetto Luciana Lamorgese ha organizzato il ricevimento per la Festa della Repubblica. Tutto perfetto in un rito che ha la sua forza nel ripetersi rassicurante del cerimoniale, ma quest'anno a essere diverso era l'animo dei partecipanti. Perché è inutile raccontarsela, questi interminabili ottantotto giorni di crisi politica e soprattutto istituzionale hanno scosso un po' tutti. Anche noi italiani che siamo litigiosi da secoli, per non dire da millenni. Roma nasce da un fratricidio, siamo terra di comuni e campanili, avvezzi alle beghe e alle congiure di palazzo, eredi se non protagonisti di una guerra civile di cui portiamo ancora i segni nelle carni o almeno nel cuore. Eppure sentir minacciare il presidente della Repubblica di una messa in stato d'accusa non è stata cosa da poco. Così come vedere papabili presidenti del consiglio entrare fiduciosi e uscire sconfortati dal portone del Quirinale, per non parlare dell'assalto dello spread e delle rapaci mani della speculazione internazionale che minacciano di spolparci.

Per questo ieri la prefettura era il porto sicuro in cui approdare dopo gran tempesta. A cercar conforto nella banda dell'Aeronautica che suona l'Inno di Mameli, nel Tricolore a fianco della bandiera dell'Europa, nel messaggio inviato dal presidente Sergio Mattarella e nelle parole ferme del prefetto Lamorgese che questo clima ha saputo cogliere. Rassicurando anche sull'operato delle forze dell'ordine che hanno vigilato e sono pronte a vigilare sulla nostra sicurezza. A questo servono le istituzioni, ad accoglierci quando siamo spauriti. A dirci che qualunque sommovimento arrivi, loro ci sono e ci saranno. Immutabili nei loro cerimoniali, ma anche nell'efficienza dei loro uomini (e donne) che con orgoglio si definiscono servitori dello Stato. Che Dio ce le conservi. Sempre.

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