L'incubo di imprenditori e commercianti guariti ma bloccati dai tamponi

Zini, titolare del Tronco, ha superato il Covid ma è costretto a casa in attesa del controllo

Un incubo che sembra non avere fine. Succede, ed è successo a molti milanesi e lombardi, di ringraziare per essere finiti nelle mani esperte di medici e infermieri e di trovarsi, una volta guariti, nelle maglie troppo strette dei protocolli sanitari che non permettono più di uscirne. Alfredo Zini presidente del Club Imprese Storiche di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza e titolare dello storico ristorante toscano Al Tronco, il 17 settembre inizia a stare male. Febbre alta, dolori muscolari, mal di gola, respiro affannoso, preoccupato da quelli che sembrano sintomi da Covid va in ospedale per una visita e una lastra ai polmoni. «Polmonite bilaterale» il verdetto. Zini viene ricoverato all'ospedale Sacco e sottoposto a cura con cortisone, remdesivir e terapia aggiuntiva di ossigeno. Inizia a stare meglio, viene dimesso una decina di giorni fa. Scampato il pericolo «ho visto la mia vicina di letto morire in 48 ore» e superato lo shock, è a casa in isolamento ma pensa al suo ristorante chiuso.

«Ho ricostruito la rete dei miei contatti, tra i miei collaboratori al ristorante, gli amici, i famigliari e il gruppo di ciclisti che frequento e sono risultati tutti negativi - racconta-. Non sono riuscito a ricostruire chi mi possa avere contagiato. Da parte mia appena ho iniziato a stare male ho avvertito tutte le persone che avevo frequentato nel periodo in cui ero contagioso: sono stati messi in quarantena fiduciaria e dopo una decina di giorni circa sono stati contattati dall'Ats per il tampone. Inutile dire che ho dovuto chiudere il ristorante, prima di essere ricoverato».

Zini sta meglio, prima di essere dimesso viene sottoposto al primo tampone che risulta debolmente positivo, poi il secondo, di nuovo positivo. Ora è a casa, seguito quotidianamente in tele medicina dall'ospedale Sacco dove è stato curato, ma ancora non ha fatto un nuovo tampone. «Io sto bene, ho fatto altri dieci giorni di isolamento, devo riaprire il mio ristorante e non riesco a fare il tampone, quindi non posso uscire: ho chiesto ai medici del Sacco che sento tutti i giorni, ma la competenza è dell'Ats, ho provato a chiamare il numero dedicato ma risponde un centralino, non c'è modo di interfacciarsi con qualcuno. Ho pensato di farlo privatamente, piuttosto, per potere tornare a lavorare, ma non sarebbe valido ai fini del protocollo Covid». Ma senza tampone negativo non si può uscire di casa. Quello che è iniziato come un percorso di cura, si sta rivelando un incubo. Una prigione senza via di uscita.

Come Zini, moltissimi imprenditori, liberi professionisti, dipendenti si sono trovati ingarbugliati nelle maglie di un sistema che si blocca. Il ristorante è chiuso da un mese: un dipendente è in cassa integrazione, l'altro, neo assunto, è pagato dallo stesso titolare perchè non è prevista la cassa. «Per assurdo, chi viene ricoverato per Covid ed è costretto a chiudere - conclude Zini - non ha la possibilità di rinviare i pagamenti, senza perdere i diritti di rateazione senza interessi. Gli imprenditori, che come me hanno pagato carissimo il prezzo in termini di fatturato e che continuano a perdere (sto lavorando al 35%), non solo non possono lavorare ma non ricevono alcun tipo di agevolazione».

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Commenti

ST6

Ven, 16/10/2020 - 11:23

Confcommercio, lo spettro dell'ecatombe lombarda di proporzioni bibliche sempre lì aleggia.