Milano orfana delle maschere di Carlo Goldoni

Dopo Strehler i registi sfuggono la lezione del commediografo veneziano

Mentre sui palcoscenici milanesi imperversano Pirandello, Eduardo, Testori, la non presenza di Goldoni fa un po' riflettere. È, forse, dovuta all'assenza di quei registi che lo avevano reso nostro contemporaneo? A dire il vero, non sono da meno le altre capitali dello spettacolo, eccetto Torino che al Teatro Carignano ha applaudito un altro Arlecchino, con la regia di Binasco che ha trasformato la commedia delle maschere, in quella delle «maschere nude» della borghesia di fine settecento subentrata ormai alla stanca e corrotta aristocrazia di fine secolo.

Non, quindi, un Arlecchino dinamico, vivace, come quello di Strehler che ha riscosso successi in tutto il mondo, e che è appena rientrato dalla tournée algerina, bensì un Arlecchino triste e stanco di servire. Perché questo preambolo? Per una scoperta che lo riguarda, ma che, soprattutto, riguarda suo padre Giulio nell'ultimo anno della sua vita quando, medico condotto a Bagnacavallo, viene colpito da una malattia che lo farà morire sulle braccia del figlio Carlo. I biografi di Goldoni hanno trascurato questo episodio, in particolare il rapporto tra padre e figlio durante gli anni che hanno visto il medico sballottato da una provincia all'altra, da Perugia a Chioggia, da Udine a Gorizia, da Vipacco a Bagnacavallo, durante i quali, il padre aveva condotto con se Carlo, utilizzandolo come aiutante e coinvolgendolo volutamente durante le sue visite, sperando che potesse, un giorno o l'altro, scegliere la facoltà di medicina. Quando Giulio Goldoni arriva nel borgo medievale, poco lontano da Ravenna e da Faenza, chiamò a se tutta la famiglia, non bastando più i soldi per poter vivere separati.

Siamo nel 1729, Carlo ha ventidue anni. Di quell'evento egli parla nelle sue Memorie, capitolo ventunesimo, tralasciando però alcune notizie che ho recuperato nell'Archivio Storico Comunale.

Scrive Carlo Goldoni: «Arrivato a Bagnacavallo trovai consolazione nel vedere i miei cari genitori. Mio padre era stato colpito da una malattia mortale, suo unico rimpianto, diceva, era quello di morire senza vedermi. Ahimè! Egli mi ha visto, io l'ho visto, ma tale gioia non è durata a lungo». Prima della malattia, il padre lo aveva portato a Faenza per una settimana, fu dopo il ritorno che si ammalò. Quando si vide agli estremi, racconta sempre Carlo nelle Memorie, fece venire il confessore, era l'otto Marzo 1731, il nove morirà e verrà sepolto nella chiesa di San Gerolamo dove ho potuto leggere la lapide posta nella terza navata. «Qui riposa Giulio Goldoni, Dottor Fisico, che stipendiato dal Municipio come medico, visse in Bagnacavallo, colla famiglia, i suoi ultimi anni e il 29 Gennaio 1731, di soli 48 anni, mori tra le braccia del figlio Carlo».

Da notare la differenza sulla data di morte, Carlo scrive il 29 Marzo, mentre il certificato di morte attesta il 29 gennaio, data confermata dall'Ortolani. A fianco della chiesa in via Guerzoni, è posta un'altra lapide: «Qui sorgeva la casa dove abitò il dottor fisico Giulio Goldoni». Dicevo delle difficoltà economiche di quel periodo, tanto che, in un suo memoriale, il dottor Goldoni chiedeva di restare in servizio e di essere pagato in base al numero dei suoi malati. Fu accontentato e, in qualità di supplente del dottor Vasari, riuscì ad avere un buon stipendio. Morto il Vasari, Giulio partecipò a un «editto» (concorso) per l'elezione del nuovo medico condotto. I partecipanti furono sette, fra questi fu scelto il dottor Mei, mentre Giulio Goldoni rimase un suo coadiutore. Morì quattro mesi dopo per broncopolmonite.

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