"A Milano in terza classe. Era morto Alessandrini"

In pensione l'ultimo di "Mani pulite". Ieri l'addio di Francesco Greco alla procura dei veleni. E Di Pietro gli offre un posto per coltivare olive

"A Milano in terza classe. Era morto Alessandrini"

«Lascio una Procura della Repubblica organizzata ed efficace»: è una rivendicazione orgogliosa quella con cui ieri Francesco Greco dà il suo addio all'ufficio dove ha lavorato dal 1979 e di cui dal 2016 è il capo. Nonostante i veleni che hanno investito la Procura per le indagini su Eni e «loggia Ungheria» e che hanno portato quasi tutti i pm a schierarsi contro di lui, Greco ha scelto di chiudere la sua lunga storia milanese con un evento pubblico, affermando con forza di avere guidato la Procura milanese nel solco avviato da Borrelli: «La nostra storia ha accompagnato la storia delPaese, siamo stati quelli che hanno controllato la legalità dei cambiamenti, siamo stati in grado di affrontare le sfide nuove e complesse della trasformazione».

Nell'aula magna del tribunale si ritrovano i protagonisti di una stagione lunga e tumultuosa: Antonio Di Pietro, Edmondo Bruti, Gherardo Colombo, Armando Spataro. Ma più che della stagione dell'attacco a Tangentopoli, a Greco piace ricordare gli esordi, l'arrivo in una mattina drammatica del gennaio 1979: «Avevo viaggiato da Roma a Milano sul vagone letto di terza classe, arrivai qui e trovai un pandemonio. Avevano appena ucciso il pm Emilio Alessandrini, uno dei magistrati il cui esempio mi aveva spinto a fare questo mestiere».

Quelli dello sbarco a Milano del giovane Greco sono gli anni in cui nella magistratura il dibattito sulle nuove forme del diritto è più intenso. «Io - dice a Greco il pm Elio Ramondini - mi ricordo di una cena a casa di Luigi De Ruggiero, tu dicevi che il carcere ti faceva schifo, io non ero d'accordo... Bei tempi, quelli in cui all'interno di Magistratura democratica si discuteva se il carcere facesse o meno schifo». E non, sembra intendere Ramondini, di posti e di potere.
Poi arrivò Mani Pulite, l'inchiesta che fece della Procura milanese l'ombelico d'Italia e di cui Greco fu un protagonista: e che Gherardo Colombo, in quegli anni era suo fianco, ieri racconta quasi in modo cupo, «mio ricordo il giorno in cui dopo Gabriele Cagliari si uccise anche Raul Gardini, mi ricordo anni passati cercando di fare quello che diceva il codice con sofferenze e dolori. Scoprimmo che la corruzione stava molto vicina a noi, coinvolgeva colleghi che lavoravano qui dentro, persone con cui avevamo fatto le indagini. Cose che non potremo mai dimenticare».

Inevitabilmente, l'addio a Greco diventa anche l'addio a un'epoca di cui era l'unico protagonista ancora in pista: quella della giustizia che per la prima volta picchiava con forza alle porte della politica, delle vecchia alleanza del dopoguerra tra poteri dello Stato messa in crisi dall'irruzione nella magistratura di nuove generazioni di pm. Greco veniva dall'ultrasinistra, per anni nel suo studio ha tenuto incorniciata una foto che sembrava presa da un corteo. Il Greco che ieri lascia la Procura è un altro uomo, divenuto negli anni un conoscitore profondo dei meccanismi leciti e illeciti della grande economia.

Forse sei anni fa, quando ha scelto di concorrere per la guida della Procura milanese, ha sottovalutato il carico burocratico che gli sarebbe piovuto addosso, la fatica di motivare centinaia di magistrati, cancellieri, poliziotti, nell'equilibrio quasi impossibile tra disciplina ed empatia. Può comunque portare al suo attivo risultati importanti sulla riduzione dei fascicoli arretrati, insieme ai cospicui risarcimenti allo Stato versati dalle grandi aziende incriminate dalla Procura sotto la sua gestione. Ma sa di lasciarsi alle spalle un ufficio stanco e disorientato, dove i magistrati «qualunque» si sono sentiti esclusi dai grandi processi, relegati a un lavoro di routine certo prezioso ma anche oscuro e non gratificante.

Da lunedì, Greco affronta una nuova vita (che non sarà certo quella offertagli da Di Pietro, «vieni con me a Montenero a raccogliere le olive»). La Procura viene affidata provvisoriamente alla guida di Riccardo Targetti, il più anziano tra i vice. Il nuovo capo verrà nominato, si spera presto, dal Csm. Sarà lui a dover portare serenità e nuove energie. Non sarà facilissimo.

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