Il mito del "Fu Mattia" eterna illusione nel segno di Pirandello

Al Litta debutta l'ultima rivisitazione del grande classico per la regia di Alberto Oliva

Lavorare sull'adattamento di un classico, vuol dire aver scelto un'idea registica per realizzare un tipo di appartenenza al testo, in funzione della sua messinscena. E «Il fu Mattia Pascal» di Pirandello ha subito varie adattamenti sia cinematografici, L'Herbier con Ivan Mosjoukine e Monicelli, con Mastroianni, che teatrali come quello di Kezitch, utilizzato da Squarzina per Albertazzi (1974) e da Scaparro per Pino Micol (1986), al quale seguirono quelli di Mattolini per Bucci (1993), di Maccarinelli per Pambieri (2001), di Tato Russo, per se stesso, visto al Carcano (2011). In questa stagione, si registrano due messinscena, quella di Carmelo Ferro con Daniele Pecci e quella con Mino Manni che debutta domani al Teatro Litta, con la regia di Alberto Oliva, che ha aggiunto un sottotitolo L'uomo che visse due volte.

A cosa è dovuto questo interesse? Probabilmente al fatto che il capolavoro di Pirandello è l'antesignano dello sdoppiamento della personalità già studiato, sociologicamente, da Binet e clinicamente da Freud e che si estende ai giorni nostri, visto che tale crisi ha favorito il moltiplicarsi della malattia mentale e quella della distruzione di se. In Pirandello il problema del «doppio» ha più valenza filosofica, non è soltanto il risultato di una alterazione della personalità, quanto quello del rapporto tra vita e morte, tra il mondo reale e quello dell'Oltre, tra i vivi e i loro fantasmi. Dirà Cotrone, trent'anni dopo, nei Giganti della montagna: «I fantasmi non c'è bisogno di cercarli lontani, basta farli uscire da noi stessi». Mattia, fattosi convincere da Paleari e dalla signorina Caporale, li cercherà nello spiritismo e nella teosofia, tanto di moda in quei tempi. Si tratta di un altro tema, caro a Pirandello, quello della reincarnazione che nei Sei personaggi avverrà attraverso l'evocazione o attraverso il medium che non sarà più Max, bensì il direttore-regista. Ciò che interessa ad Alberto Oliva, di cui avevo visto un eccellente Enrico IV, è il tema dell'ombra che si trova nel capitolo quindicesimo del romanzo e quello dell'azzeramento della memoria, il solo che permetta di ricominciare daccapo, di vivere una vita diversa dal vedersi vivere. In che modo? Immettendo l'esistenza di Mattia in un cono d'ombra, il solo che possa permettere di vivere due volte, ricorrendo a pantomime e al teatro delle Ombre. Cosa sono, in fondo, i personaggi pirandelliani? Maschere, Marionette, Fantocci in balia di immagini che vediamo proiettate dalla nostra ombra e che ci sembrano reali. Non per nulla, una delle frasi più nota del testo è: «Siamo io e l'ombra mia sulla terra e me la sono portata a spasso quest'ombra di qua di là continuamente». L'ombra rende evanescente e invisibile l'identità, tanto che Mattia, diventato Adriano, guardandosi allo speccchio, si chiede: «Chi sia più ombra di noi due»? L'ombra di un vivo o di un morto? Ma l'ombra, se vive, può amare? Può avere una sua esistenza? L'altro tema che interessa al regista è quello del dubbio, che subentra quando l'ordine è messo in crisi, specie se si tratta dell'ordine cosmico, «Maledetto sia Copernico» dirà Mattia, che con le sue teorie ha permesso il moltiplicarsi del disordine che, nel tempo, diventerà disordine mentale, dato che, se l'ordine rassicura, il disordine produce inganno. La vita di Mattia è stata sempre disordinata, anche quando è diventato Adriano Meis ed è sempre stata attraversata dal dubbio, come quello di Oreste nel famoso episodio del teatrino di marionette automatiche, quando non potrebbe realizzare la sua vendetta se, all'improvviso, si facesse uno strappo nel cielo di carta, dato che perderebbe la concentrazione, perché afflitta dal dubbio, e diventerebbe Amleto. Lo spettacolo, prodotto dagli Incamminati, dispone di una buona Compagnia, oltre Manni, vanno ricordati Marco Balbi, Letizia Bravi, Alessandro Castellucci e Gianna Coletti.

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