"Nel mio grande Milan mi sentivo libero"

L'ex rossonero: «Dalle mie campagne ai Mondiali, una vita per il calcio. La squadra seconda famiglia»

"Nel mio grande Milan mi sentivo libero"

La sua maglia numero 6 non c'è più. Di Franco Baresi, 61 anni l'otto maggio, non ce ne sarà un altro. Una vita al Milan da quando era il «piscinin», il piccolino. «Ho scritto la mia autobiografia» dice. Forse lì si sarà aperto un po' di più, perché «Franchino», così all'anagrafe, è sempre stato abbottonato, come difensore e come uomo. Baresi II, come si diceva una volta, per distinguerlo da Baresi I, suo fratello Beppe dell'Inter, ha giocato 719 partite nel Milan con 33 gol, 6 scudetti, 3 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, 3 Supercoppe europee e 4 Supercoppe italiane (1978-1997).

Franco Baresi, da Travagliato, Brescia, all'immortalità.

«Sono cresciuto in una famiglia di contadini, papà Terzo era agricoltore, con mamma Regina hanno avuto 5 figli. Non avrei pensato di raggiungere quello che ho raggiunto. La passione per il calcio è esplosa a 6 anni. Ma non avevo il tempo di sognare».

Di spazio, però, in campagna ne avevate tanto.

«Aspettavamo che tagliassero l'erba dei prati. Due contro due, tre contro tre. Poi all'oratorio ho trovato una squadra e due porte vere. Ho iniziato in mezzo al campo, poi sono arretrato. M'è venuto naturale, volevo avere tutta la visione del gioco».

Raccontando queste storie incrociamo sempre l'oratorio.

«Era una tappa importante per i ragazzi. Si facevano incontri importanti, si imparava un mestiere, c'era gente che pensava al tuo domani».

Ha mai pensato a cosa avrebbe fatto se non fosse diventato un calciatore?

«No, ma qualsiasi altro lavoro, l'avrei fatto meno bene».

Anche per lei l'addio da casa è stato difficile?

«Siamo sempre stati molto uniti. Sono partito a 14 anni con tante paure e poche certezze. Vivevo a Milanello con ragazzi di diverse età. Tanti non ce l'hanno fatta, tanti più bravi di me allora. Diversi fattori: destino, infortuni, sfortuna».

Sveliamo come andò la bocciatura al provino dell'Inter?

«Io volevo andare con mio fratello, già nerazzurro, ma l'Inter voleva aspettare. Non ho proprio fatto un provino, diciamo che di là, al Milan, dimostrarono un po' più di fiducia. Il destino ha voluto che io e mio fratello disputassimo il derby uno contro l'altro».

Due fratelli, uno dell'Inter, uno del Milan.

«Durante la settimana ci sentivamo, ci vedevamo, poi in campo ci impegnavamo per le nostre squadre. Io e Beppe siamo ancora emozionati al pensiero di esserci trovati uno contro l'altro nel Milan e nell'Inter».

Lei è stato il tramite tra due epoche, dal calcio in bianco e nero a quello a colori.

«Ho avuto la fortuna di conoscere e di esordire con grandi personaggi della storia rossonera. Liedholm in panchina, Rocco direttore tecnico, Rivera capitano. Allora non ci pensavo, ma ora riconosco la fortuna che ho avuto».

Esordio a neanche 18 anni.

«Non me l'aspettavo, avevo fatto solo un paio di allenamenti con la prima squadra. Mancava Turone. Me lo dissero a pranzo. Feci una buona partita, i consigli dei compagni mi hanno aiutato».

Incrociò Rivera alla fine della carriera.

«Per me è stato molto importante. Nel '78-'79 io cominciavo e lui chiudeva. Arrivò lo scudetto della stella. Seguivo come si comportava. Un leader».

All'inizio degli anni '80 il Milan attraversò diverse vicissitudini, addirittura due retrocessioni. Ma lei rimase.

«Momenti difficili, ma sono stato ripagato, non mi sono mai lamentato, ho sempre detto grazie. Il Milan è la mia seconda famiglia, mi ha sostenuto in quegli anni, anche quando ho avuto la setticemia».

Lei è sempre stato riservato. Cosa faceva quando non giocava?

«Milano è una grande città, cercavo di conoscerla. Giravo, ma il calcio era il primo pensiero. A 22 anni mi diedero la fascia. Un grande onore ma anche molti oneri».

Le piace la cucina?

«Mia moglie è toscana, ho imparato a mangiare bene. A me piace molto il pesce, poi la famosa costoletta alla milanese. Mangio di tutto».

A un certo punto è arrivato Berlusconi.

«Ha rappresentato molto per il club, per il calcio e anche per me. All'inizio pensavamo che la sua idea di un Milan vincente nel mondo fosse un'utopia. Ma è stato coinvolgente e ha creato una delle squadre più forti della storia. Io sono fiero di averne fatto parte».

Berlusconi affidò il Milan a Sacchi. Arrigo all'inizio non ebbe vita facile con voi.

«Sacchi ha dato moltissimo a noi giocatori. Ma quando c'è un cambiamento ci vuole pazienza. Non eravamo restii ad accettare le sue idee, anzi, eravamo curiosi. Vivemmo tre anni a un'intensità incredibile: scudetto, due Coppe dei Campioni, l'Intercontinentale».

Lei è stato un giocatore moderno: ha trasformato il ruolo del libero.

«Sono riuscito a giocare in diversi modi, mi sono modernizzato. Quando ero un libero classico sentivo di dovere essere più propositivo. Sono riuscito a essere me stesso ma sempre per la squadra».

Capitolo Nazionale. Vinse da riservista il titolo del 1982, fallì da titolare quello del 1994.

«Bearzot mi vedeva in un altro ruolo, ma aveva una grande stima nei miei confronti e mi portò in Spagna anche se ero retrocesso in serie B ed ero stato fuori 4 mesi per l'infezione. Ero giovane e davanti c'era un certo Scirea. Nel 1994 mi feci male all'inizio ma ritornai per la finale, dopo 25 giorni spettacolari».

È quello il suo più grande rimpianto?

«Non è un rimpianto, perdere ai rigori una finale ci può stare. La sfortuna ha voluto che fosse la mia ultima possibilità. Però sono riuscito a giocare la mia più bella partita ai Mondiali. Penso positivo».

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