Lo «Straniero» di Camus funerale dell'umanità

Martinelli mette in scena la rilettura dell'opera del Nobel francese, nel monologo di Woody Neri

Andrea Bisicchia

I grandi classici sono, spesso, punti di riferimento per la ricerca di un contesto, a scopo espressivo, tanto che vanno di moda, da parecchi anni, riscritture, rivisitazioni, i cui autori aspirano a confrontarle con i percorsi della scena contemporanea. Il drammaturgo più saccheggiato è Shakespeare, i cui testi vengono violentati in tutti i modi. Il meno frequentato è Camus che, pur essendo anche un autore di teatro, è preferito dai registi, per le sue opere narrative. Ricordo Lo straniero realizzato da Visconti, con Marcello Mastroianni, che cercò di essere il più fedele all'originale. Oggi viene riproposto in una rielaborazione a esso ispirata, scritta da Francesca Garolla, con un titolo curioso: Lo straniero-Un funerale, in scena fino al 29 Maggio al Teatro I, con la regia di Renzo Martinelli che ha indirizzato la scelta interpretativa verso una semplice domanda: «Chi è stato condannato a morte ha diritto a un funerale?».

Martinelli ha pensato di fare raccontare la storia a Woody Neri, immaginando l'attore nell'atto di sfogliare le pagine del romanzo, noto anche per il suo incipit fulminante, nel quale è condensato il concetto di estraneità di Camus: «Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so». È proprio quel non sapere che genera la sua indifferenza, non solo dinanzi alla morte della madre, ma anche della sua o di chiunque altro. Per il protagonista, nella vita accadono delle cose senza senso, quindi è insensato viverla. La morte, per lui, è qualcosa che ci riguarda nel momento in cui si approssima e acquista un significato quando va a intaccare lo scorrere del tempo. Per questo motivo, non è degna né del dolore, né di un funerale. Eppure un funerale ci sarà, per Renzo Martinelli, e sarà voluto dalla madre del giovane arabo che Meursault ha ucciso senza alcun motivo, o, forse perché abbagliato dal sole, alle stregua di un omicidio assurdo, come è assurda la vita.

Francesca Garolla, nella sua riscrittura, utilizza, tra virgolette, alcuni brani del romanzo, scegliendo in particolare le battute finali: «Perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, mi resta di augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio».

Ebbene, questo funerale ci sarà, per volontà della madre dell'arabo ucciso, avrà un rito musulmano, dinanzi a un pubblico numeroso, senza la presenza di Maria, la donna con cui ha avuto una relazione, anch'essa caratterizzata dalla sua indifferenza, senza Dio, perché per lui la trascendenza non ha senso, un pubblico che griderà, più o meno, quello che egli desiderava ascoltare e che troverà scritto, sulla tomba, semplicemente: «figlio».

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