Da Strehler a Lavia, la nuova sfida ai Giganti pirandelliani

Al Piccolo l'ultima versione di un capolavoro incompiuto forse superiore ai Sei personaggi

La vitalità di un testo teatrale è confermata, non solo dal moltiplicarsi delle esegesi critiche, ma anche dalla diversa maniera di rapportarlo con la scena e dalla capacità, di questa, di svelarne i lati più oscuri, più inquieti, più misteriosi.

Non c'è dubbio che la storia scenica dei Giganti della montagna, che debutta mercoledì allo Strehler per la regia di Gabriele Lavia, abbia finito per dimostrare che il vero capolavoro di Pirandello, sia questo e non I sei personaggi, non solo per la qualità della scrittura, ma, soprattutto, per la forza metaforica in essa contenuta e per il messaggio che propone alla «poesia dello spazio» che, nel nostro caso, è quello della Scalogna, la villa dove accadono magie ed eventi inspiegabili, sotto la regia del Mago Cotrone dove, nel frattempo, è arrivata la Compagnia della Contessa, emblema di un teatro che ha perso i contatti con la vita e che può ritrovarli soltanto in un Oltre immaginifico.

La Villa dove arrivano è una vera e propria fabbrica di sogni, con un sistema di «segni» illimitato che, a sua volta, prospetta una molteplicità di forme, tanto che il tessuto verbale ne risulta influenzato, mentre il flusso delle parole si trasforma con lo scorrere del tempo, fino a renderlo sconfinato, liberando, così, lo spazio scenico da ogni artificiosità, per proiettarlo nella forma della purezza che è quella della poesia.

Certamente, I giganti della montagna hanno subito, nel corso delle rappresentazioni, una molteplicità di letture, tali da renderli modello esemplare di quei capolavori assoluti, per i quali l'ermeneutica teatrale si è spinta alla ricerca di nuovi significati che hanno coinvolto non solo il testo, ma anche il linguaggio scenico, sempre pronto a modificarsi, specie se deve fare i conti col mondo onirico e con quello della durata interiore; anche perché, i Giganti, possono essere letti come un vero e proprio trattato filosofico. Forse è questo il motivo per cui Strehler lo realizzò ben quattro volte tra, il 1947 e il 1966, quando, in quest'ultima edizione, con Turi Ferro e Valentina Cortese, uscimmo dal Teatro lirico, esaurito,con le lacrime agli occhi, dopo che il sipario di ferro aveva triturato la Carretta dei Comici, come dire che i Giganti, ovvero i nuovi tecnocrati, avevano vinto e che non c'era più spazio per la poesia. Strehler immaginò anche quale fosse la condizione del teatro di allora, considerato la Cenerentola nella vita di una nazione, in cui è sempre condannato a lottare per non morire.

Per questo trasformò la villa della Scalogna in una sorta di teatro che vive ai margini, ma che ha scelto di non dovere nulla a nessuno, dove si è insediato uno straordinario bestiario umano, guidato da un esoterico Cotrone. Fu più fredda la messinscena di Missiroli, con l'apporto determinante di Enrico Job (1979), che inventò una specie di conca metallica, paragonabile a un cratere spento oppure a una sorta di bunker, luogo dell'emarginazione più assoluta, dove gli scalognati ammettono di aver rifiutato la vita.

I Giganti di Missiroli tendevano più a un clima di allucinazione che di magia. Seguiranno altre messinscene, quelle di Quartucci (1989), di Bolognini dello stesso anno, di Le Moli ( 1991), di Garella (2002), di Tiezzi (2009). Gabriele Lavia ha scelto I Giganti della montagna come un vero e proprio approdo, dopo uno straordinario Tutto per bene, dopo I sei personaggi e dopo il capolavoro di scrittura drammaturgica, applicata a L'uomo dal fiore in bocca. Le sue idee, che ha raccolto in alcune note di regia, non ancora definitive, sembrano volere esplorare il mondo dell'Oltre, inteso, anche, come quello del nostro mondo interiore, senza trascurare la condizione storica del teatro, ben rappresentato dalla Compagnia della Contessa (Federica Di Martino), con i suoi attori, disperati saderdoti di un'arte infelice e incompresa, qual è quella del teatro. Il suo Cotrone è, in fondo, l'alter ego di Pirandello, ma è anche colui che si sforza di tenere il teatro lontano dalle «forze brute», ovvero dai Giganti della finanza che vorrebbero anteporre il potere dell'economia al potere della poesia.

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