"Mio nonno rubò la Gioconda e D'Annunzio gli disse bravo"

La nipote dell'uomo che nel 1911 trafugò dal Louvre il quadro di Leonardo svela i segreti del furto più clamoroso della storia dell'arte

Ha ragione Carlo Vanoni quando nel suo ultimo libro, Ho scritto t'amo sulla tela (Solferino), sostiene che «l'amore si spiega con l'arte. E l'arte, con l'amore». Perfino dietro un furto può nascondersi una storia d'amore, soprattutto se si tratta del «rapimento» della donna più celebre nella storia dell'arte: la Gioconda.

Anche Vincenzo Peruggia (Dumenza, 8 ottobre 1881 Saint-Maur-des-Fossés, 8 ottobre 1925) - il decoratore italiano che la mattina del 21 agosto 1911 rubò la Monna Lisa dal Salon Carré del Louvre - era, a suo modo, un uomo «innamorato». Innamorato del volto incantevole della Monna Lisa, ma pure del volto rassegnato di un'Italia abituata ad essere depredata dei suoi capolavori.

Nell'ora X decisa per il «trafugamento più celebre del '900» (come titolò Le Parisienne), Peruggia ignorò il Rubens, il Raffaello, il Tiziano, il Giorgione e il Correggio esposti vicini all'opera leonardesca, puntando dritto a quel sorriso inafferrabile. Afferrabilissima fu invece la tavoletta (77x53 centimetri), tanto che Vincenzo la staccò facilmente. La nascose sotto la giubba di lavoro, senza che nessuno lo notasse.

Pochi attimi dopo era fuori dal Louvre. Ancora qualche metro, ed eccolo a casa, in Rue de l'Hôpital Saint Louis, dove divide una soffitta con il cugino Luigi, il quale non si accorse di nulla, né avrebbe mai immaginato di convivere per due anni sotto lo stesso tetto con la «donna» più ammirata dell'universo pittorico.

Altro aspetto paradossale della vicenda: la scomparsa del quadro fu scoperto solo dopo tre giorni, a dimostrazione di come a quei tempi il museo più importante di Francia non brillasse certo per la sicurezza. Non a caso al Louvre i furti erano all'ordine del giorno, tanto che un giornalista, poche settimane prima del «ratto» della Gioconda, era riuscito a nascondersi in un sarcofago proprio per fare uno scoop sulla carenza dei controlli.

Ma cosa fece scattare nella mente di Vincenzo Peruggia il folle progetto di impadronirsi della Gioconda? A innescare nella sua mente il cortocircuito fu forse la convinzione che quel quadro facesse parte del «bottino di guerra» che Napoleone aveva sottratto a all'Italia. In realtà la Monna Lisa si trovava in Francia per ragioni totalmente diverse.

A distanza di 109 anni da quel «colpo» che stravolse per sempre il destino della Gioconda, abbiamo incontrato Graziella Peruggia, nipote di Vincenzo e unica depositaria dei segreti di una vicenda degna del genere art-thriller preconizzato da Thomas de Quincey.

Signora Peruggia, suo nonno materno rubò la Gioconda dal Louvre di Parigi. Come fece?

«Mio nonno aveva libero accesso alle sale del museo. Lavorava infatti come decoratore. La mattina del 21 agosto 1911, entrò di buon mattino, si avvicinò al quadro. Lo staccò. Lo avvolse in un panno e si allontanò indisturbato».

Ma è vero che il furto fu scoperto solo alcuni giorni dopo?

«Quando i custodi videro che il quadro non era al suo posto, pensarono che fosse stato portato in laboratorio per un restauro».

Invece la Gioconda era già a casa di suo nonno Vincenzo, ben occultata sotto il tavolo della cucina.

«Nonno sapeva come conservare il dipinto senza rischiare di danneggiarlo. Sotto il tavolo realizzò una specie di vano segreto all'interno del quale la Monna Lisa era perfettamente avvolta in un panno e protetta dalla luce».

Quando la sûreté andò a interrogare Peruggia - prassi che fu adottata con tutti i dipendenti del Louvre - leggenda vuole che il verbale di polizia sia stato compilato proprio sopra quel famoso tavolo. Insomma, gli agenti avevano la Gioconda sotto le mani, ma non poteva saperlo...

«È vero. Nonno però aveva anche un piccolo sgabuzzino dove di tanto in tanto portava la Monna Lisa per poterla contemplare in tutta la sua bellezza».

Ma perché suo nonno decise di rubare proprio la Monna Lisa?

«Il quadro ha dimensioni ridotte, quindi era più facile da occultare uscendo dal museo. Inoltre da mio nonno la Gioconda era - erroneamente - percepito come un capolavoro italiano che la Francia ci aveva indebitamente sottratto».

In realtà la storia del ritratto di Monna Lisa è ben diversa e il fatto che si trovasse a Parigi non aveva nulla a che fare con il triste fenomeno della «spoliazione napoleonica» di cui però l'Italia è stata comunque vittima.

«Questi dettagli storici, ovviamente, non erano noti a mio nonno. Lui era emigrato in Francia all'inizio del '900 e sentiva il peso di un'italianità che all'estero pesava come un marchio di infamia».

Noi eravamo i «macaroni», i «mafiosi»...

«Nonno era profondamente orgoglioso delle sue origini. Amava l'Italia e il furto della Gioconda va interpretato anche in un'ottica di rivalsa verso le ingiustizie patite».

Quindi nessuna voglia di arricchirsi con la Monna Lisa. Ma quasi un legame sentimentale di tipo patriottico.

«Mio nonno compì sicuramente un'azione sbagliata, ma pagò un prezzo altissimo».

Dopo due anni con la Gioconda nascosta in casa, cercò di liberarsene contattando un antiquario toscano. Che però lo denunciò.

«Nonno fu arrestato e per sette mesi fu rinchiuso nel carcere fiorentino delle Murate. Ho visitato la sua cella: una grotta buia con le catene e un tavolaccio. Non sono riuscita a trattenere le lacrime».

Mentre Vincenzo Peruggia era in prigione, la Gioconda venne restituita al Louvre.

«Ma prima della riconsegna ai francesi, nel 1913, ci furono tre eventi eccezionali per il nostro Paese. E se ciò accadde il «merito» fu anche di mio nonno».

Vale a dire?

«Il quadro, diretto a Parigi, fece tre tappe espositive in Italia: a Firenze, Roma e Milano. Sono state le uniche volte che in cui gli italiani hanno potuto ammirare la Gioconda sul proprio territorio nazionale».

Durante la prigionia, gli italiani erano però dalla parte di suo nonno. Avevano capito che Vincenzo Peruggia non era un approfittatore, ma una persona fondamentalmente onesta.

«La gente non mancò mai di appoggiarlo. Gli chiedeva l'autografo sulle foto della Gioconda. Perfino Gabriele D'Annunzio gli scrisse bravo! congratulandosi per la sua impresa».

Alla luce del carattere del Vate, probabilmente a D'Annunzio sarebbe piaciuto essere al posto di Peruggia nel compiere l'epico furto.

«Forse sì. Di sicuro l'atto di mio nonno rispondeva a quei requisiti di temerarietà, coraggio e ardimento tanto cari al poeta».

Il furto della Gioconda, un'azione in tipico stile futurista...

«Mio nonno non era tipo da tirarsi indietro dinanzi al pericolo. Lo dimostrò anche durante la Grande Guerra quando finì prigioniero in un lager austriaco. Rischiò di morire di stenti, ma si salvò».

In questa vicenda gli aspetti tragicomici abbondano.

«Beh, i francesi non dettero certo prova di essere dei grandi investigatori...».

Leggenda vuole che, pochi giorni prima che la Monna Lisa venisse rubata, il sottosegretario alle Belle Arti, partendo per le vacanze, abbia impartito ai suoi uomini il seguente ordine: «A meno che il Louvre bruci e la Gioconda venga rubata, non voglio essere assolutamente disturbato durante le ferie».

«Infatti quando ricevette il telegramma Gioconda rubata. stop. Urge sua presenza a Parigi. stop, il sovrintendente pensò a uno scherzo e non si mosse dal luogo di villeggiatura».

Ma c'è dell'altro...

«La polizia non venne a capo del giallo per una imperdonabile quanto dilettantesca disattenzione».

Quale?

«Sul vetro che proteggeva la Gioconda gli investigatori francesi rilevarono delle impronte digitali. Sarebbe bastato confrontarle con quelle giacenti nei loro archivi che furono prese al nonno (quando ebbe qualche piccola noia con la giustizia francese), e il responsabile sarebbe stato subito individuato con tanto di nome e cognone: Vincenzo Peruggia».

Invece?

«Invece si seguirono piste molto più cervellotiche. Una delle quali portò a sospettare addirittura di Picasso e Apolinnaire».

Che furono arrestati e processati.

«Ma infine scagionati. Loro, ovviamente, non c'entravano nulla col furto. La loro unica colpa era stata quella di aver acquistato, con modalità controverse, alcune statuine antiche da un mercante d'arte piuttosto chiacchierato».

Dopo il processo di Firenze, Vincenzo Peruggia pensò che se fosse tornato a Parigi sarebbe stato arrestato. Ma ancora una volta suo nonno beffò la polizia francese.

«Rimase in Italia il tempo per partecipare alla prima guerra mondiale, essere preso prigioniero dall'esercito austriaco, sposare la mamma e farsi rilasciare un passaporto che recava il suo secondo nome, Pietro. Quindi passò la frontiera e rimase in Francia fino alla morte, ma mandò la moglie a partorire a Dumenza. Temeva che all'anagrafe dove avrebbe dovuto denunciare la nascita di Celestina sarebbe stato scoperto, denunciato, riprocessato e ricondannato».

Così venne alla luce Celestina, che tutti chiamavano la «Giocondina».

«Sì, la Giocondina era mia madre. È morta nel 2011 a 84 anni. Per anni abbiamo parlato e discusso di Vincenzo, morto quando lei aveva 2 anni ma di cui sentiva tanto parlare in paese, senza mai riuscire a capire il senso di quel nomignolo, un mistero svelato solo quando ormai era grande. In famiglia l'argomento Gioconda era un argomento-tabù».

Tra il 2008 e il 2009 a Dumenza (Varese), il paese dove nacque nonno Vincenzo e in cui ancora alloggiano i discendenti della famiglia Peruggia, arrivò una troupe americani per un documentario, mandato in onda sulle tv di mezzo mondo: «The Missing Piece» (Il pezzo mancante), cioè la storia del furto della Gioconda.

«È stata un'esperienza entusiasmante. Per scoprire tutti gli aspetti misteriosi della vicenda furono fatte tante interviste e nell'Archivio di Stato di Firenze scoprimmo un mole di documenti inediti. Tra cui una cartolina postale in cui mio nonno esprimeva il desiderio di fare una crociera. Anche questo è stato per me un momento molto toccante».

Intanto a Dumenza il prefetto ha detto «no» all'intestazione di «via Vincenzo Peruggia».

«È vero. Ma abbiamo rimediato con una serie di cartelli stradali in cui si ricordano i personaggi celebri del paese, e tra questi figura anche mio nonno, con l'originale qualifica di trafugatore della Gioconda».

A Dumenza circola voce che quella esposta al Louvre sia solo una copia e che la Gioconda originale sia nascosta da qualche parte in paese.

«È solo una sciocchezza. Messa in giro da qualcuno solo per farsi un po' di pubblicità».

Ma lei in casa ha una copia della Gioconda?

«Sì, ma non piace molto. Preferisco il disegno realizzato da mio nipotino Andrea a cui, quando era piccolo, avevo regalato un libro su Monna Lisa».

L'ultima volta che ha visitato il Louvre per vedere la vera Gioconda?

«Ci sono andata diverse volte. Ma sempre stando attenta a una cosa...».

Cosa?

«A prenotare il biglietto di ingresso, omettendo il cognome Peruggia».

Comprensibile, visti i precedenti in famiglia...

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