Dice di se stessa: «Sono come un peperone, non piaccio a tutti, ma chi mi apprezza mi adora». La sua storia è un intreccio unico tra dovere familiare e realizzazione personale che incarnano il vero «girl power» italiano: sei brava in quel che fai e non vuoi deludere nessuno in casa, ma hai anche un prepotente sogno nel cassetto e prima o poi lo segui. Barbara Rizzi, originaria di Cavenago d’Adda, è la fondatrice e direttrice creativa del brand di lusso Barbara Rizzi (o BR Atelier), un marchio di prêt-à-porter femminile 100% Made in Italy che unisce eleganza senza tempo, audacia e un forte messaggio di autodeterminazione femminile.
Come racconta: «Da sempre, sono nata con questa cosa» riferendosi al sogno della moda che l’ha accompagnata fin da giovane. Ha frequentato la prestigiosa scuola Carlo Secoli a Milano (2002-2003), diplomandosi in stilismo e figurino industriale, mentre lavorava con responsabilità di scalo presso compagnie aeree come Meridiana e Air One (aeroporti di Linate, Malpensa, Bergamo, Napoli e Lampedusa). E tutto per accumulare esperienza e inseguire l’obiettivo di aprire una casa di moda.

Nel 2006, la prematura scomparsa del padre Vito Domenico Rizzi (fondatore nel 1982 di Rivair srl, azienda leader nei compressori ad aria centrifughi) la costringe a occuparsi dell’impresa familiare. «Ho preso in mano l'azienda che non sapeva neanche dov'era l'entrata e l'uscita», dice Barbara, partendo quasi da zero in un settore industriale maschile. Figlia unica (con una sorella che ha scelto altre strade), ha trasformato Rivair in una realtà solida e internazionale, con branch office a Istanbul, Lahore (Pakistan), Dubai (Ajman Free Zone) e una dozzina di dipendenti fedeli da oltre 20 anni. Il marito lavora con lei nel commerciale, rendendo l'azienda un vero nucleo familiare.
È proprio grazie al successo di Rivair che, nel 2020, ha potuto «riaprire il cassetto» del sogno moda dopo 17 anni: «Grazie alla Rivair, grazie ai ragazzi, grazie a tutto il lavoro che stiamo facendo». E fonda BR Atelier srl lanciando il brand che porta il suo nome completo – Barbara Rizzi – come dichiarazione di identità: «Barbara femmina Rizzi», per riscrivere il cognome paterno in un contesto familiare maschilista, attraverso la forza di una donna che fa tutto da sola.
Il brand si rivolge a donne indipendenti, forti e che se vogliono osano: «La mia idea di donna sono io», spiega Barbara che non si ispira a nessun stilista, ma segue la sua anima. Le collezioni mescolano tailoring strutturato (blazer con spalline militari, jumpsuit), tessuti preziosi (seta, satin, organza), dettagli bold (paillettes, fringe metallici) e un tocco di magia/esoterismo (tarocchi, quattro elementi, dualità sole-luna). Non c'è spazio per il grigio o la «divisa». L’abito è una armatura per le battaglie quotidiane, elegante ma mai scontata, adatta dai 25 ai 60 anni.
Particolarmente apprezzato nei paesi arabi (Emirati Arabi Uniti, Qatar, Arabia Saudita, Bahrain), dove Barbara nutre un amore viscerale per la cultura, il deserto e i colori caldi. Il brand ha showroom a Dubai (presso Designers & Us), trunk show a Doha (Fifty One East), presentazioni al Medio Oriente e presenza su testate come L'Officiel Arabia. Le donne di lì amano l'eleganza accollata ma scenografica, abiti lunghi che valorizzano senza ostentare.
In Italia e internazionale, presenta regolarmente durante la Milan Fashion Week (l’anno scorso al Castello Sforzesco con temi fatalisti – «Maktoub» significa «è scritto», ispirato a L’Alchimista di Coelho). Ha sfilato anche a Dubai e Abu Dhabi e pianifica di andare a Parigi. Distribuzione include showroom a Los Angeles e vendite online forti in USA (Miami, Houston, Texas).
Barbara disegna personalmente (spesso alle 4 del mattino, tra jet lag e ispirazioni), con l’aiuto di un designer (Pasquale) per modernizzare il target. Madre di Sofia (12 anni), ha creato la capsule «mum & me» per il Ramadan, ma lascia alla figlia totale libertà. In un settore post-Covid, Barbara Rizzi incarna resilienza e Made in Italy autentico: da un mondo di compressori a uno di seta e sogni, con l’obiettivo ambizioso di «scrivere il cognome nella storia».
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