Dossier Usa: "Dal 2001, quadruplicati miliziani jihadisti nel mondo"

Il segretario alla Difesa Usa, James Mattis, ha subito replicato ai toni allarmistici del dossier rimarcando i “successi” conseguiti finora dalla strategia americana antiterrorismo: la “sconfitta dell’Isis in Iraq” e le “crescenti difficoltà di Al-Shabaab nel Corno d’Africa”

Dossier Usa: "Dal 2001, quadruplicati miliziani jihadisti nel mondo"

Negli Stati Uniti è stato recentemente pubblicato un rapporto che ha subito suscitato grandi preoccupazioni tra i media riguardo al tema del terrorismo globale. Il dossier, realizzato da un istituto di ricerca specializzato nel monitoraggio della rete jihadista internazionale, ha infatti lanciato l’allarme circa la “dirompente crescita” del radicalismo islamico nel mondo e ha, allo stesso tempo, denunciato il “sostanziale fallimento” della “guerra al terrore” avviata dagli Usa all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001.

Il recente rapporto del Center for Strategic and International Studies (Csis), think tank indipendente con sede a Washington, evidenzia il fatto che il numero di formazioni estremiste attualmente attive nel mondo avrebbe ormai raggiunto “il culmine”. I ricercatori sostengono infatti che i gruppi fondamentalisti sunniti sarebbero “quadruplicati” rispetto al 2001. In base alle stime effettuate dall’istituto, inoltre, il numero di combattenti jihadisti al giorno d’oggi operativi a livello internazionale oscillerebbe tra le 100mila e le 230mila unità, mentre diciassette anni fa non superava i 40mila individui. L’incremento di miliziani fondamentalisti avrebbe avuto luogo principalmente in Siria, Iraq, Somalia, Pakistan e Afghanistan.

Ad avviso degli autori del rapporto, negli ultimi diciassette anni le principali organizzazioni terroristiche globali, prima tra tutte Al Qaida, sarebbero andate incontro a continue scissioni. Di conseguenza, lo scenario fondamentalista avrebbe iniziato a divenire sempre più frammentato e diversificato. Tale proliferazione di nuove “sigle del terrore” avrebbe quindi reso il mondo "sempre meno sicuro".

Seth Jones, ricercatore del Csis, ha additato, nel corso di una recente intervista all'emittente Fox News, l'incremento di miliziani fondamentalisti nel mondo come una dimostrazione del “fallimento” della strategia americana anti-jihadismo varata dal Pentagono all’indomani degli attentati dell’11 settembre: “Se il tuo nemico, invece di indebolirsi, cresce e cambia volto anno dopo anno, vuol dire che stai perdendo la guerra. Il governo americano non ha mai elaborato una strategia antiterrorismo di lungo periodo, incentrata su un forte sostegno alla ripresa economica dei Paesi caratterizzati da un’annosa presenza di formazioni estremiste e sovversive. Incentrare la propria strategia esclusivamente sul sostegno militare e accantonare, di conseguenza, progetti di sviluppo sociale rivolti agli abitanti del Medio Oriente o dell’Afghanistan non si è rivelata affatto un’idea vincente per gli Stati Uniti.”

Alle affermazioni di Jones ha subito replicato James Mattis, segretario Usa alla Difesa: “Non è vero che stiamo perdendo la guerra al terrorismo. Grazie al nostro impegno militare, lo Stato Islamico è stato sconfitto in Iraq, mentre Al-Shabaab è sempre più in difficoltà nel Corno d’Africa. Tuttavia, tali successi non devono indurci a interrompere la guerra al jihadismo e ad abbandonare al loro destino le istituzioni dei Paesi sconvolti dalla furia dei miliziani fondamentalisti.”