I miei 140 giorni nelle mani dell'Isis: padre Mourad racconta il suo sequestro

L’irruzione nel monastero, i quattro giorni in macchina incatenati nel deserto, poi l’arrivo a Raqqa, la prigionia di 84 giorni in un bagno umiliati dall'Isis, la liberazione e l’offerta di al-Baghdadi in persona: un contratto per diventare dhimmi, ovvero sudditi non-musulmani dello Stato Islamico

I miei 140 giorni nelle mani dell'Isis: padre Mourad racconta il suo sequestro

L’irruzione nella stanza del monastero di Mar Elian, i quattro giorni in macchina, nel deserto. Incatenati e bendati. Poi l’arrivo a Raqqa, la capitale del sedicente Stato Islamico. La prigionia, trascorsa in un bagno. Perché così l’Isis umilia i suoi prigionieri. Poi la liberazione e l’offerta di al-Baghdadi in persona: un contratto per diventare dhimmi, ovvero sudditi non-musulmani dello Stato Islamico, soggetti alla legge del califfato. Poi la fuga da al Qaryatayn, perché con le regole dell'Isis non si può vivere.

Per la prima volta padre Jaques Mourad, religioso della comunità di Mar Musa, fondata da padre Dall’Oglio, ha raccontato alla stampa europea i suoi 140 giorni di sequestro, trascorsi nelle mani dei carcerieri dell’Isis, in una conferenza stampa organizzata da Aiuto alla Chiesa che Soffre Italia. Il momento più brutto in assoluto? “Quando mi hanno riportato da Raqqa alla località vicino Palmyra dove erano sequestrati tutti i cristiani di Al Qaryatayn, quando li ho visti per la prima volta, ero sotto choc, non mi aspettavo di vederli”, dice a ilGiornale.it padre Mourad prima dell’inizio della conferenza stampa. I cristiani rapiti dall’Isis ad Al Qaryatayn il 4 e il 5 agosto sono stati 250.

Quando quelli dell’Isis sono entrati nel monastero con i passamontagna ed hanno preso padre Mourad ed un altro volontario della comunità di Mar Musa, era invece il 21 maggio. “Ci hanno messo in macchina e ci hanno portati nel deserto, dove siamo rimasti per quattro giorni nell’auto, bendati e incatenati”, racconta, “poi ci hanno portato a Raqqa, dove per umiliarci ci hanno tenuto per giorni nel bagno, ma noi eravamo contenti perché eravamo consapevoli che questa è la nostra vocazione: rimanere umili, anche di fronte alla violenza”. “La strada era molto lunga eravamo bendati, non vedevamo nulla e percepivamo solo il senso del deserto”, continua, “sono stato preso dalla collera, ho pensato che fosse finita, poi ho sentito un grido dentro di me che diceva stavo andando verso la libertà”.

I giorni che padre Mourad ha passato chiuso nel bagno della prigione di Raqqa sono stati 84. “È stata l’esperienza più difficile”, confessa, “è stato duro, spesso venivamo insultati dai carcerieri sia io che Butros, ci dicevano o vi convertite, o diventate musulmani o vi tagliamo la testa”. Racconta, padre Mourad, che per resistere, racconta, si è affidato al Rosario, sin dal primo istante della sua cattura, e alla preghiera di Charles de Foucauld. Poi è arrivato il momento della paura: “un uomo è entrato nella nostra prigione con il passamontagna, ho pensato: è il momento della fine”. “Ci ha chiesto i nostri nomi”, racconta il sacerdote, “ci ha chiesto se eravamo cristiani, nazareni, nel modo in cui ci chiamano nel Corano, poi ci siamo seduti ed ha iniziato a dirci che eravamo sotto la loro protezione perché il loro capo gli aveva detto questo, e ha cominciato a chiacchierare con noi normalmente”. “Ho avuto il coraggio di chiedergli perché ero lì, continua padre Mourad, “mi ha risposto: lo consideri come un ritiro spirituale”. Era un capo dell’Isis, musulmano e siriano, con un comportamento evidentemente peculiare.

Poi la liberazione. L’11 agosto. “Un emiro entra nella stanza e prende me, Butros ed un altro uomo di 51 anni originario di Saddad, che è ancora in prigione”, racconta il religioso, “dopo tre o quattro ore di strada siamo arrivati ad un tunnel, ci siamo fermati, siamo scesi e mi hanno portato bendato, per mano ad una porta, dove ho visto un giovane della mia parrocchia: ci siamo abbracciati e ho rincontrato i 250 cristiani della mia parrocchia che erano stati rapiti ad Al Qaryatayn”. Poi, il primo di settembre, arriva un piccolo gruppo mandato da al Baghdadi, per la firma del contratto tra lo Stato Islamico e i cristiani di Qaryatayn. Un contratto per diventare dhimmi, sudditi non-musulmani del califfato. “Al Baghdadi, lui decide tutto nello Stato Islamico”, racconta padre Mourad, “offre quattro possibilità, o uccidere gli uomini e tenere le donne e i bambini, o la riduzione in schiavitù, o il pagamento di un riscatto oppure il contratto per diventare dhimmi e vivere secondo le 12 condizioni che sono menzionate nel contratto con il califfo". Così, da dhimmi sono stati tutti ricondotti a Qaryatayn a condizione di non uscire per nessun motivo dalla città. Ma lì la vita, sotto il governo dello Stato Islamico, è impossibile.

“Abbiamo ricominciato a celebrare la Messa, ma sotto terra, per due ragioni: per non mostrare che stavamo pregando e per ripararci dai bombardamenti”, spiega padre Mourad. “Ma lì non si poteva vivere”, continua, “per questo il quarantesimo giorno, grazie all’aiuto di un uomo musulmano e della sua famiglia e grazie ad un sacerdote greco ortodosso, sono fuggito da Qaryatayn”. La maggior parte dei cristiani di Qaryatayn sono fuggiti come padre Mourad. “Otto di loro hanno perso la vita” ha detto il sacerdote. Un pensiero di padre Mourad, è andato anche a padre Dall’Oglio, tuttora nelle mani dell’Isis. Padre Mourad è convinto che sia vivo e chiede “a Dio che faccia per lui lo stesso miracolo che ha fatto per me”. “Ci sono ancora 11 siriani, prigionieri dell’Isis”, continua.

IlGiornale.it ha chiesto a padre Mourad se il destino dei cittadini cristiani di Qaryatayn, ovvero quello di vivere come dhimmi nello Stato Islamico, sia una realtà che possa verificarsi concretamente nel futuro dei cristiani d’Oriente, e cosa dovrebbe fare l’Europa per evitarlo. “Non è possibile vivere in questa condizione e non è possibile nel XXI secolo accettare che si possa pensare che esistano cittadini di prima o seconda categoria, non è logico e non è corretto”, ha risposto il sacerdote, “bisogna rilanciare il ruolo della protezione dei diritti umani dinanzi a quello che sta accadendo in Siria ed altri Paesi, non è possibile per i cristiani della Siria vivere sotto lo Stato Islamico”. “L’Europa”, ha concluso, “deve prendersi le sue responsabilità nei confronti del popolo siriano che fugge dalla guerra, ed è incredibile che l’Europa accetti che la gente continui a morire nel mare senza fare nulla per risolvere questa situazione”.

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