"Putin come Hitler? Cosa significa davvero"

Cosa c'è davvero dietro l’abuso di termini quali "follia", "pazzia", "fobia" legati alla politica? Ce ne parla il dottor Federico Soldani, epidemiologo psichiatra che lavora nel Regno Unito e studia la storia della psichiatria, in particolare rispetto alla dimensione politica

L'esperto: "Putin come Hitler? Cosa significa davvero"

"Chi definisce Putin un folle distoglie l’attenzione dagli elementi storico-politici e finisce per non aiutare la comprensione del fenomeno che si pretende di contrastare". Ne è convinto il dottor Federico Soldani, epidemiologo psichiatra che lavora nel Regno Unito e studia la storia della psichiatria, in particolare rispetto alla dimensione politica.

Putin zar folle, tra ossessioni e incubi, titolava qualche giorno fa un importante giornale italiano. Cosa ne pensa?

"Focalizzare così tanto l’attenzione su una persona o un suo aspetto ha un effetto decontestualizzante. Ci fa dimenticare la storia, le relazioni di potere, gli interessi costituiti facendoci concentrare su aspetti quasi imperscrutabili e apparentemente casuali, fuori dalla capacità di comprensione. Ma c’è un interrogativo storico e politico su cui non ci si è soffermati abbastanza…"

Qual è?
"Quando e come gli occidentali, che avevano prevalso e si erano praticamente comprati una larga parte dell’ex impero sovietico, si sono fatti scappare il controllo del nemico vinto? Non mi pare si sia tentato di rispondere in modo adeguato a questa domanda. Chi psicologizza e psichiatrizza apertamente Putin pare attaccarlo facendo in questo modo. Ma mentre distoglie l’attenzione dagli elementi storico-politici finisce per non aiutare la comprensione del fenomeno che si pretende di contrastare".

Temi che non riguardano solo Putin..

"Sì, non c’è solo Putin descritto come pazzo, ma solo pochi giorni fa a guerra in corso Biden, caratterizzato sempre più nei media come affetto da problemi cognitivi, ha parlato di quanto la pandemia abbia influenzato la psiche pubblica al punto che gli americani non sono contenti nonostante le migliorate condizioni lavorative ed economiche. Oppure, ad esempio, l’ex campione di scacchi Kasparov ha parlato di schizofrenia e dissonanza cognitiva del Partito repubblicano americano, o alcuni commentatori sulla tv pubblica americana Pbs hanno paragonato l’Occidente che impone sanzioni a un pazzo che pretende di far funzionare uno strumento che non avrebbe mai prodotto i risultati auspicati".

Lei da tempo denuncia il rischio della psicolingua. Ci può spiegare a cosa si riferisce?

"In una relazione che ho tenuto al Royal College of Psychiatrists, a Londra, nell’estate del 2019, ho teorizzato la psicolingua come linguaggio, in inglese psyspeak. Solo per citare un esempio due anni dopo nel 2021 sul New Yorker si è parlato di 'therapy speak' o linguaggio della terapia diffusosi nella vita quotidiana. Anche altri si stanno accorgendo adesso di questo fenomeno mai verificatosi prima nella storia, ovvero della psicologizzazione e medicalizzazione, quindi della psichiatrizzazione della politica a partire dal linguaggio. Nel 2019 mi chiedevo, precisamente in questi termini, perché la politica, i politici e i cittadini che fanno politica sono sempre più frequentemente rappresentati dai mass media e sui social media come pazzi fuori controllo? La diffusione del linguaggio medico-psicologico è strategica per modificare i concetti e dunque il linguaggio della polis. L’abuso di termini quali 'follia', 'pazzia', 'fobia' e simili ha una funzione nel disarticolare la visione soggettiva o interna dei cittadini dalla realtà oggettiva esterna. I concetti psichiatrici in ambito politico vengono utilizzati in modo estremamente stigmatizzante, come dei bastoni, mentre sono usati in modo il più possibile de-stigmatizzante - ed anzi la confessione pubblica di malattie e disturbi è vista sempre più come una virtù civica - quando sono presentati nel contesto clinico, quindi come carote. Si vedano le campagne globali in corso per la de-stigmatizzazione dei disturbi mentali. Il discorso predominante tende ad allargare il contesto clinico sempre più all’intera società e alla politica".

La tecnocrazia si fa strada anche con questi mezzi?

"Come scrivo nel mio blog, PsyPolitics.org, il passaggio è stato descritto in un libro del 1933, 'Vita in una tecnocrazia' di Harold Loeb. Indica le fasi esatte di preparazione rivoluzionaria per il passaggio dal capitalismo alla tecnocrazia. Il mondo esterno lasciato ai tecnici, quello interno agli artisti in cui venivano praticamente annoverati altri tecnici quali gli psichiatri. Il mondo esterno, quello percepito attraverso i sensi, e quello interno della psiche crucialmente disarticolati tra loro. Il che in termini psico-analitici significa la dissoluzione del cosiddetto 'ego' e la perdita del principio di realtà, quindi la necessità di un fenomeno di psicosi di massa. Non potendo più il cittadino avere voce in capitolo sulla polis - che andrebbe lasciata alle decisioni dei tecnici e degli scienziati - gli psico-esperti avrebbero dovuto rendere quanto più digeribile possibile il cambiamento radicale a cui i tecnici avrebbero sottoposto la nuova società ingegnerizzata in modo sempre più centralizzato".

Come si potrebbe arginare la deriva in base alla quale la polis non compete più ai cittadini (e alla politica) ma solo ai tecnici?

"Innanzitutto riconoscendo la non necessità e artificiosità imposta del discorso psicologico e medico nelle questioni sociali e politiche. A partire dall’uso ampiamente gratuito di espressioni quali 'follia', 'folle', e delle varie espressioni 'fobiche', alcune delle ultime includono 'Putinfobia', 'russofobia', 'sinofobia', etc. Nei secoli passati, quando c’era il malcontento si guardava alle questioni sociali, economiche, politiche a partire dalla questione dei beni essenziali come il pane. Se si fosse parlato invece di una epidemia di depressione, ansia, insonnia nella popolazione si sarebbe spostato il focus del discorso dal fuori al dentro. Quindi non avremmo più parlato di problemi da risolvere anche per la persona comune in un contesto politico ma di problemi interiori, individuali anche se di massa, fondamentalmente slegati dalle circostanze esterne quantomeno per quanto riguarda gli interventi, le soluzioni, che sarebbero state presentate non più come una necessità di cambiamento politico o di potere ma come una esigenza di cure di massa. Non penso sia irrilevante, in questo contesto, che proprio in questa fase il malessere e il malcontento vengano presentati nel discorso pubblico sempre meno come necessità di cambiare la politica e il potere e sempre più come necessità di curare tutti, con il bonus psicologo per esempio. Al massimo si dice che un intervento politico dovrebbe potenziare i sistemi sanitari, obiettivo lodevole di per sé, ma che in questo contesto politico rischia di divenire un altro importantissimo tassello della desovranizzazione antidemocratica e in definitiva di depoliticizzazione".

Quali rischi ci farebbe correre l’abuso della psicologia?

"Il ricorso non più ad azioni politiche collettive, anche drastiche, ma cure individuali per il malcontento. Ecco in due parole come la psicologia e la medicina depoliticizzino le questioni politiche. Concentrare l’attenzione sui problemi medico-psicologici, soprattutto su scala di massa come nel momento attuale, nega la validità del punto di vista e delle richieste delle persone, facendone per bene che vada dei pazienti da curare. Il discorso si concentrerà dunque su come creare una sanità migliore anziché su come convogliare le energie del malessere verso una o più valvole politiche. Se a livello individuale questo discorso può apparire difficile da comprendere, perché una volta che una persona abbia un problema che oggi viene inquadrato come depressione o insonnia ad esempio si vuole che sia curato e non si riesce a vedere uno sbocco a vario titolo 'politico', a livello invece di grandi numeri, inquadrare il malessere diffuso come problema primariamente sanitario ha un effetto depoliticizzante complessivo. Di quel problema peraltro potranno poi parlare soltanto gli esperti e non il cittadino comune, negando anche in questo modo soluzioni maggiormente democratiche".

In una relazione che lei tenne al Royal College of Psychiatrists, a Londra, nell’estate del 2019, spiegò le nuove tendenze come elementi preparatori al passaggio verso una post democrazia globale, tecnocratica e per certi versi totalitaria…

"Sì, ho descritto la psichiatrizzazione della politica, intesa in senso ampio e su scala globale nel 2019, quindi in assenza di pandemia globale, quando ho teorizzato per primo il sorprendente passaggio da cittadini a pazienti. Non semplicemente una più diffusa medicalizzazione, cosa che appariva piuttosto evidente da qualche decennio, ma un decisamente più radicale e difficile da vedere passaggio da cittadini a pazienti, ovvero la principale caratterizzazione anche politica di ciascuno inquadrata in senso sanitario. Giorgio III d’Inghilterra, sovrano di un impero britannico globale fu trattato contro la sua volontà senza che l’alto tradimento venisse chiamato in causa, proprio negli anni in cui la psichiatria nasceva. Fu Michel Foucault a dire che la scena di re Giorgio III trattato come un pazzo contro la sua volontà e descritta dal 'padre' della psichiatria Pinel, abbia rappresentato sia la scena fondante della psichiatria sia il passaggio dal potere sovrano a quello disciplinare nel mondo moderno".

Lei parla anche di desovranizzare il sovrano moderno, che vuol dire?
"Desovranizzare il cittadino elettore psichiatrizzando l’intera popolazione. Quanto e come questo sia progettato alla stregua dell’ingegneria sociale è tema aperto per lo studio e il dibattito. Ma di fatto la diffusione di quella che io ho chiamato psicolingua è strategica. È tabù riconoscerla come tale e contrastarla, anche perché viene presentata come il linguaggio del buon senso. Tutti pensiamo di sapere cosa si intenda quando diciamo che una decisione politica o magari la guerra sia qualcosa di 'folle', ma siamo sicuri di sapere cosa stiamo dicendo?. Oppure come il linguaggio della compassione, privilegiando questa psicolingua al linguaggio del mondo esterno, della polis. Potremmo sintetizzare dicendo che più psicologia e più medicina nel discorso pubblico equivalgono a meno politica e meno democrazia".

Se non ricordo male anche Gorbaciov fu preso di mira in tempi non sospetti…

"Proprio così. Quando Gorbaciov iniziò ad affrontare le riforme, psichiatri sovietici coinvolti nel partito si convinsero veramente che fosse schizofrenico, che soffrisse di un delirio di riforma non dissimile da quelli diagnosticati ai dissidenti. Eppure Gorbaciov dopo oltre trenta anni è ancora attivo e ha rilasciato interviste come quella a 'Time magazine' nel 2020 in cui ha parlato di un rifacimento globale del potere post-pandemia. Invece Reagan, il vincitore della Guerra Fredda, che durante l’ultima parte della sua presidenza secondo alcuni osservatori dava già segni di senilità cognitiva, anni prima della vera e propria diagnosi di Alzheimer, era visto da parte del suo circolo politico e rappresentato dai media occidentali come un leader che funzionava più che bene nel suo ruolo. Questo ci fa capire come i sintomi e la diagnosi si prestino ad essere compresi prima ed eventualmente rappresentati poi sui media a seconda degli interessi in campo".

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