"Quarantena": una parola inquietante che torna nella nostra vita

Dalla Morte Nera al "Coronavirus", passando per la Spagnola, nei secoli l'uomo ha sempre tentato di segregare i contagiati nella speranza di debellare le epidemie e preservare la salute nel resto della società: è la storia della "quarantenta", un'espressione che torna nella nostra vita quotidiana.

È una parola antica quarantena, e deriva, come molti potevano già immaginare, da "quaranta" giorni: ossia il tempo per cui Venezia - oggi posta in quarantena dal decreto straordinario del Viminale - obbligava navi e passeggeri stranieri ad attendere in isolamento prima di poter approdare nella Serenissima. Il fine era quello di arginare la diffusione della Morte Nera: l'epidemia di peste bubbonica che attraversò l'Europa nel XIV° secolo mietendo oltre 20 milioni di vittime.

Da allora la parola quarantena, la segregazione forzata dunque, di coloro che potrebbero esser stati esposti a una malattia altamente trasmissibile, e che per questo non debbono assolutamente entrare in contatto con il resto della società al fine di preservarne la salute, ha sempre assunto significato spiacevole e inquietante - almeno per chi ne é soggetto. Lo stiamo provando sulla nostra pelle in queste ore, mentre tutta Italia deve fare i conti con un'isolamento, coatto o volontario, per cercare di arginare il contagio da Covid-19: il virus simile alla Sars che rischia di far collassare il sistema ospedaliero nazionale e di continuare a provocare un numero sempre maggiore di decessi; anche solo di riflesso data l'impossibilità di ricoverar e curare contemporaneamente un'intera nazione. Se fino a qualche settimana fa anche gli esperti virologi dell'Ospedale Sacco di Milano tentavano di limitare la psicosi da coronavirus riducendolo ad una "forte influenza" - data la corrispondenza dei sintomi -, la fuga in massa dalla Lombardia cui abbiamo abbiamo assistito nella notte tra sabato e domenica dopo essere stata posta sotto "quarantena" insieme ad altre 14 province ha trasmesso a molti il senso di terrore che si potrebbe provare nel rischiare di rimanere "isolati" o meglio "segregati" nelle città del nord; che secondo i più disfattisti sembrano essere destinate a tramutarsi in "città fantasma" come le magalopoli focolaio della provincia cinese dell'Hubei, o peggio in degli enormi lazzaretti di manzoniana memoria. Ovviamente così non sarà.

I primi ad essere posti in quarantena al di fuori dei confini della Repubblica Popolare Cinese - focolaio del Covid-19 , incubatosi nella città di Wuhan nel dicembre 2019 - sono stai i passeggeri della nave da crociera Diamond Princess. Lasciati al largo del Giappone per due settimane in uno dei numerosi tentativi di arrestare la diffusione del virus che ad oggi, nonostante i primi timidi sforzi, ha contagiato oltre 110mila persone nel mondo - 7.375 in Italia - uccidendone 3.892 (aggiornamento ore 12:00, Gmt+1). "Ovviamente la quarantena non ha funzionato e questa nave è diventata una fonte d'infezione", ha affermato la dottoressa Nathalie MacDermott, esperta del King College di Londra interpellata nei giorni scorsi da Associated Press. L'applicazione di questo vecchio sistema a navi e altre entità, viene messo in dubbio poiché alcuni modelli matematici presumono che uno sbarco repentino avrebbe "ridotto" il numero dei contagi a bordo. Inutile dire che molti rimangono convinti del contrario.

Ciò che è certo infatti, è che la quarantena serva più a tranquillizzare la popolazione "sana" - se fosse anche responsabile, potremmo aggiungere - che a debellare veramente il problema nell'era della globalizzazione. Epoca in cui un agente patogeno come un virus può girare il mondo in Airbus con soli 3 scali in 24 ore. Con l'avvento della medicina moderna, infatti, imporre grandi quarantene non garantisce per forza l'efficacia di questa contromisura preziosa, che nei secoli è servita a combattere la diffusione di molte malattie potenzialmente letali. Fin dai tempi in cui la Repubblica di Venezia decise di erigere il primo Lazzaretto (1423), e quelli precedenti in cui la città di Ragusa teneva gli stranieri alla fonda in attesa di vedere se covassero o meno la Peste nera (1377), l'idea di separare i malati - o i potenziali tali - dagli altri ha riscosso un grande successo in Regni, Repubbliche e Stati; ottenendo il plauso della popolazione - che così poteva sentirsi maggiormente al sicuro - e la fiducia dei medici: che proseguirono ad applicare questa pratica per frenare la diffusione di epidemie come quella della Febbre gialla nel 1793, del Colera asiatico nel 1831, di influenza Spagnola nel 1918-1920, e dell'Influenza asiatica degli anni '70.

Tra i più grandi sostenitori nel campo della Medicina, si annovera infatti il premio Nobel Robert Koch, scienziato tedesco che su queste basi sviluppò la teoria secondo la quale "una malattia causata da un qualche tipo di microrganismo poteva e doveva essere essere isolato e studiato". Koch concentrò il suo studio sull'isolamento della tubercolosi, un'infezione batterica altamente trasmissibile che provocò milioni di morti nell'800 e che gli valse il nobel nel 1905. Il vaccino per la tubercolosi, come quello per numerose altre malattie che decimarono la popolazione nei secoli scorsi, portò alla graduale scomparsa della "quarantena" come era nata, riducendosi solo a casi estremi - si pensi agli astronauti dell'Apollo 11 che tornando dalla Luna dovevano "attendere" in isolamento 21 giorni per assicurarsi che nessuno strano batteri spaziale li avesse contaminati -; per poi tornare ad essere presa fortemente in esame quando negli anni '80 il mondo scoprì l'Aids. Quello che allora, nell'ignoranza dell'opinione pubblica, diveniva noto come il "cancro dei gay", e che scatenando il panico nella popolazione portava molti ad invocare la segregazione coatte di chiunque potesse essere entrato in contatto con un contagiato, e dunque essere un possibili "untore" di quella malattia mortale. Per fortuna la medicina scoprì velocemente la cuasa, e vi trovò anche una gamma di cure.

Studi effettuati su virus come il Sars-Cov, origine dell'epidemia del 2002 e del virus Ebola, origine dell'epidemia del 2014 (e tutt'ora in corso in Africa), hanno continuato a dimostrare come la quarantena sia in effetti ancora una contromisura efficace per frenare la diffusione di una malattia che può scatenare una pandemia globale. Tuttavia, la mancanza di dati precisi sulla sua incubazione, sul contagio e sul protrarsi della malattia, non la rende ancora una pratica di contenimento "sufficiente", ma senza dubbio efficace per molti versi, ed essenziale per fornire del tempo a tutti i medici, gli scienziati, il personale sanitario e in forza alle strutture adibite, che stanno lottando per arginare la pandemia. Questa contromisura preventiva però, non viene accolta nella contemporaneità come una valida decisione del governo che ha emesso il decreto 8 Marzo 2020 per rispondere all'urgente materia di "contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica" da coronavirus. Molti cittadini infatti, in fuga delle aree interessate, sorpresi a violare le "zone rosse" e osservati a ignorare l'invito a non lasciare le proprie abitazioni e evitare assembramenti (anche al di fuori delle provincie menzionate dal decreto) per limitare le possibilità di contagio, hanno lamentato o quanto meno temuto lo stato di "quarantena" che già in passato ha sollevato questioni legate alle "libertà personale". Ma se si da credito alle parole del filosofo britannico John Stuart Mill, che osservava come: "La libertà dell’individuo" vada "limitata esattamente nella misura in cui può diventare una minaccia a quella degli altri", allora forse la quarantena può apparire come la decisione più giusta che il nostro governo abbia preso dal diffondersi di questa ennesima silenziosa minaccia per l'umanità. Un imperativo morale dunque, prima che legale.

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