Morte di Regeni e pista inglese. Ecco che cosa facevano i tutor

Furono i docenti di Cambridge e Il Cairo a mandarlo al macello contro la sua volontà. Con un secondo fine

Morte di Regeni e pista inglese. Ecco che cosa facevano i tutor

Le ombre inglesi sul caso Regeni sono solo la punta dell’iceberg di una delle verità sulla tragica fine dello studente friulano torturato e ucciso dagli appartai di sicurezza egiziani, che deve ancora emergere del tutto. Le bugie e ambiguità della tutor del ricercatore italiano, l’egiziana Maha Abdel Rahman, si sommano al ruolo di altri docenti a Cambridge e al Cairo collegati a Regeni forse sottovalutati dall’inchiesta della Procura di Roma.
Il pubblico ministero Sergio Colaiocco e il procuratore capo Michele Prestipino, prima della chiusura delle indagini, in un’audizione a febbraio della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Regeni, avevano sollevato chiare perplessità. “Rimane per noi un mistero l’atteggiamento della tutor di Giulio a Cambridge, la professoressa Maha Abdel Rahman - dichiaravano - che non ha mai collaborato con le indagini e non ha più risposto dopo il primo contatto formale“.

La docente il 7 febbraio 2016, quattro giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Regeni, in una mail inviata ad una collega canadese scriveva: “Ho mandato un giovane ricercatore verso la sua morte…”.

Lo ha capito solo dopo il barbaro omicidio? Abdel Rahman, tre mesi prima della partenza di Giulio per l’Egitto, teneva una conferenza a Cambridge sulle “forme di repressione contro giornalisti, studenti, attivisti, lavoratori e cittadini ordinari” al Cairo che possono arrivare al carcere e sparizioni. Proprio la tutor ha insistito con Regeni per la ricerca sui sindacati autonomi per poi ribaltare la scelta su Giulio con i magistrati. Abdel Rahman ha addirittura “dimenticato” l’incontro al Cairo con Regeni poche settimane prima della sua morte. Proprio lei insisteva sul finanziamento di 10mila sterline della Fondazione Antilope, che non piaceva a Giulio. Il miraggio dei soldi è costato il tradimento di un sindacalista incontrato per la ricerca, che ha “venduto” Giulio ai servizi egiziani. Ancora più grave la scelta imposta della supervisor in Egitto del ricercatore. Rabab El Mahdi, docente dell’Università americana del Cairo, nota per il suo aperto attivismo anti governativo. Regeni ha provato a dire no sostenendo che è “conosciuta come una grande attivista, con molta visibilità in Egitto”. La professoressa di Cambridge gli ha incredibilmente risposto: “Finirà che ti dovremo mettere con qualcuno del governo”.

La tutor delle bugie e reticenze è da tempo in anno sabbatico e pure nel 2020-2021, come si legge sul sito del Dipartimento di Cambridge, “non accetta studenti”.

L’inchiesta italiana, però, ha forse sottovalutato altri personaggi chiavi a Cambridge, come Anne Alexander, sodale e mentore della tutor di Regeni, e soprattutto strenua oppositrice del regime di Al Sisi e filo Fratelli musulmani, fuorilegge in Egitto. Non è un caso che dopo la morte del ricercatore siano proprio Alexander e Abdel Rahman a raccogliere 5 mila firme nell’ambiente accademico internazionale, compresi molti italiani, per una petizione rivolta ad Al Sisi. Non riguardava solo la fine di Regeni, ma si chiedeva di far luce su "tutte le sparizioni forzate, sui casi di tortura e sui decessi nelle carceri del Paese nordafricano nei mesi di gennaio e febbraio 2016".

Alexander non solo aveva incontrato Giulio prima della partenza per il Cairo, ma gli ha pure fornito dei contatti per la ricerca, che lo porterà alla morte. E ancora più grave non ha avuto problemi, il 5 novembre 2015, a tenere un agguerrito comizio a Londra definendo Al Sisi, che doveva visitare la capitale inglese “un assassino (is a killer)” e dittatore pazzo”. I manifestanti sono esplosi, come si vede su un video postato su YouTube (che pubblichiamo integralmente sul sito del Giornale), sventolando le bandiere gialle con la mano nera dei Fratelli musulmani.

Regeni già lavorava alla sua ricerca al Cairo. Un mese dopo, l’11 dicembre, a una riunione di sindacalisti, si sente controllato e una donna con il velo gli scatta una foto. La National security egiziana, come sostiene Al Jazeera basandosi su alcune clip audio in mano alla Procura di Roma, controllavano Regeni settimane prima di prelevarlo e ammazzarlo dopo indicibili torture.

Il ricercatore è stato sicuramente mandato allo sbaraglio da Cambridge, ma forse c’è di peggio. Giulio potrebbe essere stato utilizzato, a sua insaputa, come una pedina di un gioco più grande di lui e della sua tutor. Gli inglesi della British petroleum puntavano al grande contratto del giacimento egiziano di gas off shore di Zohr conquistato dall’italiana Eni. Quando Al Sisi è andato ad inaugurare l’impianto, un paio d’anni dopo l’omicidio Regeni, ha dichiarato che l’omicidio era stato commesso "per rovinare i rapporti con l'Italia" e "per danneggiare l’Egitto”. E, parlando da una poltrona in prima fila, si è rivolto all'amministratore delegato dell'Eni, Claudio Descalzi: "Sa perché volevano danneggiare le relazioni fra Egitto ed Italia? Affinché non arrivassimo qui”.

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