La Russia contro le Ong (tra cui quella di Soros)

Putin si protegge dalla strategia statunitense delle "rivoluzioni colorate" che nei Paesi confinanti, dall’Europa dell’Est fino al Caucaso, hanno ribaltato i capi di Stato vicini al Cremlino

La Russia contro le Ong (tra cui quella di Soros)

Esiste una strategia statunitense che dopo la caduta del muro di Berlino si è sviluppata in tutta una serie di Paesi dell’ex Unione Sovietica fino a colpire di recente la Russia di Vladimir Putin. Teorizzata dallo studioso e professore di Scienze politiche all’Università del Massachusetts Gene Sharp nel libro Dalla dittatura alla democrazia. Come abbattere un regime. Manuale di liberazione non violenta (nel 1993), è riuscita nel giro di pochi anni a ribaltare governi sfavorevoli agli interessi occidentali fino ad insediarne nuovi organici all’ordine liberale. La "tecnica della rivoluzione colorata" è una combinazione di simboli e immagini forti che ruota intorno ad alcuni elementi imprescindibili come le organizzazioni non governative promotrici della democrazia, le associazioni per i diritti umani, gli intellettuali, gli studenti, i mass media, il "marketing rivoluzionario" e i servizi segreti.

I primi laboratori in cui gli scritti di Gene Sharp sono stati sperimentati, risultano quei Paesi dell’Europa dell’Est e caucasici, che seppure staccati dall’Unione Sovietica rientravano nella sfera d’influenza russa: dal 1989 fino alla recente crisi ucraina si sono registrati infatti una serie di capovolgimenti estremamente simili fra loro. Tra queste, la rivoluzione di velluto in Cecoslovacchia (novembre-dicembre 1989), la rivoluzione del 5 ottobre in Serbia (2005), la rivoluzione delle Rose in Georgia (2003), la rivoluzione Arancione in Ucraina (2004), la rivoluzione dei Tulipani in Kirghizistan (2005), fino ad arrivare ai recenti sollevamenti in Macedonia e in Armenia.

Il copione è sempre stato lo stesso: le organizzazioni non governative (Amnesty International, Ocse, ecc.) finanziate e manovrate dagli istituti finanziari occidentali (Soros Foundation, ecc.) trovano il pretesto per alimentare lo scontro (brogli elettorali come in Ucraina nel 2004 oppure l’omofobia di Vladimir Putin ai giochi invernali di Sochi). I mass media creano consenso nel blocco statunitense, delegittimano il presidente di turno, e il più delle volte lo dipingono come un sanguinario dittatore. Le associazioni studentesche “chiedono” riforme attraverso un marketing politico sottile quanto provocatorio: si costruiscono di fatto attorno a un colore, un logo ben identificabile e slogan fortemente evocativi (“Otpor!” in Serbia che significa “Resistenza!”), in maniera da rendere le manifestazioni di grande impatto. Gli intellettuali o personalità dello Star System occidentale arrivano in soccorso dei “rivoltosi” per dare “autorevolezza morale” ai sollevamenti (vedi le visite del filosofo francese Bernard Henri Levy a Kiev in sostegno dei manifestanti pro-Ue, l’atto provocatorio dell’ex deputato italiano Vladimir Luxuria ai giochi invernali di Sochi, l’esaltazione delle “Pussy Riot” in Russia).

In meno di vent’anni la Russia ha così perso terreno nelle aree storicamente sotto la sua influenza fino ad essere circondata dall’apparato militare della Nato. In un mondo dove la comunicazione giornalistico-televisiva riesce da sola a compiere cambiamenti epocali, Vladimir Putin è corso ai ripari. Già un paio di anni fa la Duma aveva approvato un disegno di legge che disciplina l’attività delle organizzazioni non governative finanziate dall’estero e che sono attive politicamente sul territorio russo. Il testo recita così: “possono essere dichiarate indesiderabili tutte quelle organizzazioni che minacciano l’ordine costituzionale della Federazione, la sua capacità di difesa, o la sicurezza dello Stato”.

Recentemente, come conferma il canale russo Ria Novosti (http://ria.ru/politics/20150708/1120603753.html), il Consiglio della Federazione ha redatto una risoluzione ufficiale “Patriotic Stop-List” al fine di mettere sotto osservazione 12 Ong che potrebbero costituire una minaccia per gli interessi e la stabilità del Paese. Tra queste ci sono la MacArthur Foundation, una delle più grandi fondazioni con sede negli Stati Uniti, l’Open Society Institute del “filantropo” George Soros e altri 10 gruppi stranieri minori (National Endowment for Democracy, un’organizzazione no-profit americana privata sostenuta dal Congresso degli Stati Uniti; The National Democratic Institute for International Affairs, una no-profit americana per la promozione della democrazia nei Paesi in via di sviluppo; Freedom House, un’organizzazione non governativa con sede negli Stati Uniti orientato alla ricerca sulla democrazia e i diritti umani; la Mott Foundation Charles Stuart, una fondazione privata con sede in Michigan; l’International Republican Institute, un’organizzazione delle Nazioni Unite con sede a Washington; l’Ukranian World Congress, un gruppo di coordinamento per le organizzazioni pubbliche ucraine; The World Coordinating Council of Ukrainians, un conglomerato di Ong con sede a Kiev; The Crimean Field Mission for Human Rights, un sistema di monitoraggio dei diritti umani; The East European Democratic Center, una Ong polacca orientata alla promozione della democrazia; The Education for Democracy Foundation, una fondazione polacca che lavora alla costruzione della società civile).

La decisione del governo russa verrà molto probabilmente criticata dai circoli culturali occidentali, eppure i deputati della Duma si sono ispirati ad una legge in vigore negli Stati Uniti dal 1930, il Foreign Agents Registration Act (Fara), che peraltro offre alle Ong straniere che svolgono la loro attività sul territorio americano, un trattamento di monitoraggio ben più rigoroso.

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