C'è un gesto, nella storia dell'arte, cui gli specialisti hanno dato un nome: è il "gesto della disperazione" e prevede corpo proteso in avanti, braccia spalancate e rivolte all'indietro, quasi che il dolore verso cui si va incontro sia così intenso da "slogare" l'anima. Il celebre archeologo e storico dell'arte Salvatore Settis questo gesto "così strano, irrituale" lo ha studiato a lungo, nelle sue origini e nel suo itinerario visivo nei secoli: il risultato sorprendente è ora nella mostra da lui curata alla Fondazione Luigi Rovati (fino al 2 agosto), "Storia di un gesto. Il mito di Meleagro dall'arte classica a Warburg, a Picasso". Allestita in tre sale del piano nobile, ha il suo fulcro nella prima presentazione pubblica della fronte di un sarcofago romano (risalente al 170-180 d.C.) raffigurante la Morte di Meleagro: "Un'opera - ci dice Settis - di qualità formale altissima, paragonabile per finezza solo all'esemplare del Louvre", rimasta finora protetta dal silenzio di una collezione privata milanese, quella della famiglia Brenta-Torno.
Vederla da vicino emoziona: nel marmo è scolpita tutta la tensione della scena, con Meleagro sul letto di morte, la disperazione di chi gli sta accanto e una donna con le braccia spalancate all'indietro. "Forse una vecchia nutrice ci dice Settis di certo non la madre Altea, raffigurata nel rilievo laterale, nell'atto di causare la morte del figlio". Siamo davanti a un mito tragico, qui ricomposto in una delle sue più struggenti raffigurazioni: Meleagro, noto per aver dato la caccia al cinghiale di Calidone, è un eroe tragico perché uccide i fratelli della madre che a quel punto, "tormentata dal dubbio se punire o proteggere il figlio, sceglie la prima opzione, eppure subito se ne pente", commenta Settis. La storia del sarcofago è avvincente quanto il mito che narra: noto agli studiosi solo attraverso vecchie foto dell'Istituto Archeologico Germanico, il marmo appartenne per secoli a Palazzo Ramirez Montalvo a Firenze, prima di passare negli anni Cinquanta alla collezione Brenta-Torno. La famiglia milanese ha concesso il prestito e ora per la prima volta, dopo un restauro conservativo, la fronte principale del sarcofago si ricongiunge ai due rilievi laterali, provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Il fascino di questa mostra è anche nelle tante storie che contiene. Sullo scudo sotto la donna a braccia aperte compare un'iscrizione del XIII secolo, dunque molto più tarda, medievale: "Ecco perché ci spiega Settis - Nicola Pisano nella Strage degli Innocenti o Giotto nella Cappella degli Scrovegni hanno riproposto, mille anni dopo, questo stesso gesto della disperazione: l'iscrizione ci dice che il marmo del sarcofago nel Medioevo è stato riutilizzato e ha ispirato altri artisti". Il geniale critico tedesco Aby Warburg (1866-1929) lo aveva intuito e una raffinata sala in mostra ne omaggia il lavoro di studio prima di catapultarci in un terzo ambiente dove troviamo altre "filiazioni" di questo gesto così peculiare nella storia dell'arte.
Tra queste, Guernica di Pablo Picasso, documentata con una selezione di disegni e il manifesto della storica mostra a Milano, quando fu esposta nel 1953 nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, bombardata dieci anni prima. "A ricordarci conclude Settis la necessità di sentire il dolore degli altri".