Mettendo per una volta da parte il cliché che lo ha spesso descritto come il «quinto Beatle» (in coabitazione con Brian Epstein, il loro manager storico), non si può non dare a Cesare ciò che gli appartiene: sarebbe impossibile, infatti, non tenere conto del ruolo fondamentale svolto da Sir George Martin (1926-2016), produttore di tutti i dischi in studio dei Beatles tranne Let It Be , nella costruzione del sound del quartetto di Liverpool.
In aprile, Curvebender pubblicherà un’edizione lussuosa di una selezione di partiture scritte proprio da George Martin per i quattro Beatles, arrangiamenti che hanno contribuito a plasmare il suono della musica moderna.
Nato da un’idea del figlio negli anni finali della vita del padre già malato, proprio per dargli un’ultima iniezione di energia, George Martin: The Scores è un tributo doveroso al genio e alla lungimiranza di colui che resta probabilmente il produttore discografico per eccellenza del pop, quasi a celebrazione del centenario della nascita e a dieci anni dalla morte, avvenuta l’8 marzo 2016.
Diviso in tre volumi dall’elegante confezione, contiene decine di partiture scritte a mano, con grazia, nonostante, come ricorda il figlio Giles, George fosse un omone, un rappresentante di una stirpe in via d’estinzione, con la sua aria da signorotto di campagna alle prese con un fenomeno planetario mai visto prima: si sarebbe fatto crescere i capelli e avrebbe assunto modi leggermente meno da lord solo anni dopo lo scioglimento dei Beatles. E proprio Giles Martin ha dichiarato che The Scores è quasi un libro d’arte perché le partiture del padre sono «belle anche solo da vedere», trasmettendo vitalità. Trattandosi di spartiti utilizzati in studio e annotati durante le sedute di incisione, consentono uno sguardo privilegiato sul processo creativo di capolavori senza tempo e, talvolta, mostrano arrangiamenti alternativi, rimasti solo sul pentagramma.
Fu proprio George Martin, proveniente da studi classici ma con una visione aperta, a cogliere per primo la potenzialità dei quattro ragazzini di Liverpool, un autentico diamante grezzo.
Oltre ai tre libri, la versione standard di The Scores include un album (con nuove registrazioni orchestrali delle partiture, realizzate nel leggendario Studio Two di Abbey Road) su una chiavetta usb e quella deluxe un CD e una bacchetta da direttore d’orchestra, oltre che immagini rare delle session ad Abbey Road. Per i collezionisti, sarà in commercio persino una edizione a tiratura limitata, con tanto di dedica autografa.
A vergare la prefazione è lo stesso Paul McCartney, probabilmente il Beatle più vicino a Martin e quello che con lui ha collaborato più spesso dopo la fine della band. Eppure, a più riprese, «Macca» ha sottolineato come i Beatles, malgrado l’apporto innegabile di George Martin, avrebbero ugualmente fatto le cose che hanno fatto anche se in studio non ci fosse stato lui, quasi a rivendicare la titolarità assoluta del progetto. Sembrano parole stridenti, ma non sono lontane dalla verità. Inoltre, «Macca» non hai mai lesinato anche parole d’affetto per Martin.
Però, chiunque ascolti ancor oggi brani come Strawberry Fields Forever, Eleanor Rigby, A Day in the Life e Penny Lane sgranerebbe gli occhi per la meraviglia di fronte alle ardite (per l’epoca ma non solo) e puntualissime soluzioni orchestrali che solo la conoscenza armonica e tecnica di Martin avrebbe potuto portare a compimento.
Per familiarizzare ancor più con la verve britannica di George Martin e con la sua nostalgia genuina per la stagione d’oro di cui è stato protagonista, consigliatissimi sono i due brevi libri da lui scritti, di cui in italiano credo sia disponibile solo L’estate di Sgt. Pepper . Ogni beatlesiano che si rispetti sa come il brano iconico Tomorrow Never Knows prese forma, ma sentirlo dalla «voce» di Martin non ha uguali: John Lennon – e, come lui, i suoi tre partner – confidava talmente nelle competenze di Martin da chiedergli di creare un arrangiamento che trasmettesse all’ascoltatore la sensazione di un enorme coro di monaci tibetani sulla vetta di un monte, per spezzare la monotonia di un brano costruito su un unico accordo e trasmettergli l’atmosfera che John aveva in testa.
Ne viene fuori un Martin che, al di là della differenza d’età rispetto ai quattro ragazzini di Liverpool e alla sua provenienza sociale diversa, ha un fare paterno ma mai paternalistico e, spesso, è ammaliato dalla bellezza della storia che si sta compiendo davanti ai suoi occhi e orecchi.