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Sanremo 2026, il Festival che guarda dentro: ballad, fragilità e poche fughe dal cuore

Ballad, introspezione e pochi azzardi, Sanremo 2026 mette al centro sentimenti e percorsi personali, con rare incursioni nella critica sociale. Un Festival che preferisce la cautela alla rottura

Sanremo 2026, il Festival che guarda dentro: ballad, fragilità e poche fughe dal cuore

Dal pop più classico alle contaminazioni urban, passando per suggestioni latine, rock e musica leggera, la 76ª edizione del Festival di Sanremo si presenta come una delle più varie sul piano sonoro. Carlo Conti, direttore artistico, l’ha definita una selezione "molto difficile", e l’impressione è che la complessità non stia tanto nei generi quanto nelle sfumature emotive.

A dominare i testi dei 30 Big in gara sono ancora una volta i sentimenti, ma declinati in forme diverse, amori che resistono, relazioni finite, nostalgia, fragilità personali. Accanto a questo nucleo centrale, affiorano anche critica sociale, ironia e riferimenti alla guerra, quasi sempre filtrati da esperienze intime più che da prese di posizione esplicite.

Un Festival che guarda dentro più che fuori

L’ascolto in anteprima delle canzoni restituisce l’immagine di un Sanremo prudente, fortemente basato sulla scrittura e sui percorsi personali degli artisti. Le ballad sono numerose, spesso costruite secondo una grammatica sanremese classica, archi, crescendo emotivi, ritornelli pensati per l’Ariston.

L’attualità entra di traverso, mai frontalmente. È un Festival che parla poco del mondo e molto delle persone. Famiglie, figli, memoria, amori spezzati o ancora in piedi. Anche gli artisti provenienti da mondi più urbani o alternativi tendono ad ammorbidire il suono, rendendolo più adatto all’orchestra e al pubblico generalista. Non mancano però alcune eccezioni, tra ironia e soluzioni ritmiche che cercano di aggirare la retorica sanremese. Più che dividere, questo Sanremo sembra voler evitare l’errore, puntando sull’identificazione emotiva e sulla familiarità.

Il romanticismo pop

Il versante più sentimentale è ampio e trasversale. Tommaso Paradiso debutta con I Romantici, una ballad-lettera dal romanticismo dichiarato, costruita per colpire la nostalgia e rilanciare la sua identità solista. Malika Ayane, con Animali notturni, sorprende scegliendo il ritmo come spina dorsale, con un pop sofisticato che cresce dal vivo più che al primo ascolto.

L’amore maturo e quotidiano attraversa Il meglio di me di Francesco Renga, mentre Mara Sattei con Le cose che non sai di me abbraccia una scrittura più tradizionale, molto sanremese, rinunciando alle ruvidità contemporanee. Levante, in Sei tu, racconta l’innamoramento senza idealizzarlo, con una forma essenziale che lascia spazio alla voce e al non detto. Tra malinconia e delicatezza si muovono anche Leo Gassmann (Naturale), Michele Bravi (Prima o poi), Raf (Ora e per sempre) e Arisa (Magica favola), in un panorama emotivo ricco ma spesso già conosciuto.

Solitudine e fragilità sentimentali

La solitudine è uno dei fili più evidenti dell’edizione. Luchè, con Labirinto, porta a Sanremo una versione addomesticata ma efficace del suo mondo, tra trap melodica e immagini di vuoto domestico. Chiello, in Ti penso sempre, lavora su un rock alternativo asciutto, mentre Eddie Brock (Avvoltoi) e Enrico Nigiotti (Ogni volta che non so parlare) puntano su introspezione e scrittura, con esiti più o meno riusciti. Anche Tredici Pietro (Uomo che cade) racconta la vulnerabilità maschile senza proclami, mentre Nayt (Prima che) sceglie un rap introspettivo, ben confezionato ma prudente.

La critica sociale

Quando la realtà irrompe, lo fa quasi sempre in modo laterale. Sayf, con Tu mi piaci tanto, mescola folk urbano e racconto sociale, citando piazze, alluvioni e icone italiane senza trasformare il brano in manifesto. Dargen D’Amico, in Ai ai, gioca sull’ambiguità tra intelligenza artificiale ed esclamazione, costruendo un commento sociale perfetto per la macchina sanremese. J-Ax, con Italia Starter Pack, sceglie la via dell’ironia a colpi di luoghi comuni, mentre Fulminacci (Stupida sfortuna) trasforma il quotidiano in pop immediato e contagioso, candidandosi a essere uno dei brani più trasversali.

Tradizione e identità nei brani

La tradizione trova spazio soprattutto nel versante napoletano. Sal Da Vinci, con Per sempre sì, porta sul palco il neomelodico senza filtri, puntando su autenticità e televoto. LDA & Aka 7even (Poesie clandestine) giocano con ritmi latini e dialetto, in una formula già molto familiare.

Più teatrale l’approccio di Patty Pravo in Opera, un brano che punta tutto sulla resa scenica e sulla consapevolezza di sé, mentre Ermal Meta con Stella stellina affronta il tema della guerra e dell’infanzia con delicatezza, usando la forma della ninna nanna come veicolo di resistenza e speranza.

I potenziali tormentoni

Sul fronte più leggero, Ditonellapiaga con Che fastidio! costruisce un electro-pop ironico e identitario, possibile sorpresa dell’edizione. Maria Antonietta & Colombre (La felicità e basta) flirtano con l’electro anni Ottanta e un’ironia giocosa, mentre Elettra Lamborghini (Voilà) resta fedele al suo personaggio, puntando sulla simpatia più che sull’innovazione. Chiude il quadro il duetto Fedez & Marco Masini (Male necessario), più dialogo televisivo che canzone destinata a durare, e Samurai Jay (Ossessione), quota reggaeton da dopofestival.

Un Sanremo che non osa ma sa ascoltare

Sanremo 2026 sembra scegliere la cautela come linea guida. È un Festival che preferisce non forzare, non spingere troppo in là il discorso, puntando su canzoni che parlano a tutti proprio perché restano nel perimetro dell’emozione condivisa.

Resta da capire se questa prudenza produrrà brani destinati a rimanere o se l’edizione finirà per essere solo una fotografia dell’oggi, pronta a sbiadire con la fine della settimana sanremese.

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