Quando arrivai per la prima volta a Napoli, nel 1973, ero alla ricerca di Caravaggio. Lo inseguivo nei vicoli, nei musei, nelle chiese, dietro quella luce drammatica che sembra tagliare l'aria - mista alla gioia partenopea. Ma quasi subito mi imbattei in altro: Ribera, Luca Giordano, Solimena. E lì qualcosa si spostò. Cominciai a intuire che il Barocco non coincide con uno stile - è piuttosto una disposizione dell'animo. Un modo di percepire e restituire il mondo quando la realtà pesa, la fede consola poco, e l'immagine smette di essere ornamento per farsi corpo, teatro. A Napoli il sacro non resta sullo sfondo. Entra in scena, occupa lo spazio, chiede attenzione. A volte trascina con sé anche chi vorrebbe solo guardare da lontano.
Capitò quasi per caso che entrassi nella chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco. Le decorazioni marmoree dell'altare maggiore - le tarsie disegnate da Dionisio Lazzari nel 1669 - davano l'impressione di muoversi: un giardino di pietra. Mi colpì la loro fisicità: non offrivano solo bellezza fine a sé stessa, ma si imponevano, stupivano. In quel momento mi fu chiaro che qui, a Napoli, la fede raramente resta un'idea astratta. Prende forma, prende peso. Si espone; quasi si lascia afferrare.
Dentro questo scenario si muove Luca Giordano (1634-1705), uno dei grandi pittori napoletani, figura emblematica del suo tempo. Parlarne costringe ad allargare lo sguardo, a evitare scorciatoie, a tenere insieme abilità tecnica e visione. Per molto tempo è stato ridotto a un prodigio di velocità: brillante, sì, ma considerato leggero, come se corresse dietro al gesto più che all'intenzione. La fama del "virtuoso che fa presto" lo ha reso sospetto alla critica moderna, quasi che la rapidità fosse prova di superficialità. Ma a partire dalla monografia di Oreste Ferrari e Giuseppe Scavizzi (1966), la sua opera è stata riletta con maggiore attenzione, restituendogli il posto che merita: pittore dotato di sintesi, invenzione, autonomia.
Napoli, intanto, aveva già trovato un linguaggio per raccontare il sacro nella sua forma più terrena. Caravaggio era passato come una scossa; luce cruda, assoluta. Poi era arrivato Ribera, e quel taglio era diventato ferita. I suoi santi sembrano mendicanti; i martiri, corpi segnati. Qui l'idealizzazione non attecchisce, e la redenzione non arriva come premio facile. È una fede che espone, che non addolcisce.
Quando Giordano entra in scena, tutto questo esiste già. Lui non si limita ad assorbirlo, lo dilata. I contrasti si amplificano, eppure l'insieme respira. I suoi dipinti sembrano suggerire che il dolore si può attraversare, anche se non sparisce. Forse il suo merito più grande è proprio questo: mantenere vive tensioni opposte senza cercare una sintesi rassicurante. La luce, nei suoi quadri, non serve solo a drammatizzare; è materia costruttiva, organizza lo spazio, dà forma alle emozioni.
È vero: dipinge in fretta. Ma ogni gesto ha un'intenzione, ogni figura il suo posto. La velocità è padronanza. Ciò che sembra istinto è in realtà controllo, misura. "Luca fa presto" era anche un riconoscimento, detto con ammirazione - non molti possono lavorare così senza perdere chiarezza e forza.
E poi c'è Napoli. Una città che difficilmente si affida alla stabilità delle istituzioni, alla coerenza della politica, persino alla solidità della fede. Ha bisogno di immagini - immagini forti - per reggere lo sguardo sulla propria realtà. Giordano lo capisce e risponde con pitture che si aprono e travolgono: non vogliono solo essere viste, chiedono di essere percorse. I suoi affreschi non sono cornici - sono spazi vivi, teatrali, dove le figure dialogano fra loro e lo spettatore finisce coinvolto - quasi chiamato in causa.
Alcune opere raccontano tutto questo con chiarezza. La Cacciata dei mercanti dal tempio, dipinta per la chiesa dei Girolamini nel 1684, è una scena di caos governato: in cui ogni movimento è calcolato con intelligenza scenica. In San Nicola in gloria (1658, oggi al Museo Civico di Castel Nuovo), l'estasi diventa ascesa. Il Trionfo di Giuditta (Certosa di San Martino) unisce forza narrativa e ricchezza decorativa. E poi San Michele che precipita gli angeli ribelli (oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna) è un'opera che mi travolse la prima volta che la vidi.
Ricordo bene quella sensazione. Era come se l'immagine crollasse verso di me. La luce, sorprendentemente, pareva salire dal basso, avvolgendo le figure in caduta e facendole vorticare nello spazio. Gli angeli sconfitti erano nudi, scomposti, smarriti tra nuvole spezzate. In alto, Michele restava sospeso, verticale, implacabile. Colpisce, certo. Ma non è solo un colpo d'occhio. C'è un'emozione che resta.
Giordano ha una qualità rara. Guarda ovunque, ma resta sempre riconoscibile. Roma, Venezia, il Nord Europa: attraversa tutto senza smarrire la propria voce. Sa prendere e mescolare. Dal Veneto trae il colore; da Roma la monumentalità; dalla Spagna la teatralità. Passa da Tiziano a Rubens, da Ribera a Veronese, senza diventare epigono. Non copia, attraversa.
Il suo ambiente naturale è l'affresco. È lì che pensa in grande. Orchestra, compone. La pennellata resta veloce e fluida, ma sotto la superficie si sente la struttura. Una visione d'insieme che non vacilla.
Non sorprende, quindi, che venga chiamato anche fuori Napoli. A Firenze lavora alla cappella Corsini nella chiesa del Carmine (Sant'Andrea Corsini nella gloria del Paradiso, 1682) e soprattutto a Palazzo Medici Riccardi dove tra il 1682 e il 1685 realizza la magnifica Galleria degli Specchi. Poi in Spagna, alla corte di Carlo II, dal 1692 al 1702, all'Escorial, alla basilica, al Buen Retiro. Molte opere di quel periodo sono perdute, ma il segno che ha lasciato resta evidente.
E anche lontano da Napoli la sua pittura non si raffredda. Il virtuosismo non diventa esercizio, risponde a un mondo esigente, barocco nel senso più pieno - eccessivo, contraddittorio, instabile. Giordano non pretende di sciogliere queste tensioni, le contiene.
Fa convivere sacro e quotidiano, splendore e dolore senza forzare una conciliazione.E forse è proprio questa capacità di ospitare l'eccesso senza domarlo - di restare fedele al disordine fertile del mondo - a dire la sua vera grandezza.