La baby gang contro la polizia? Ragazzini spariti e impuniti

Sarebbero spariti dalla circolazione i ragazzini delle banda che nel giorno della festa di Sant’Antonio Abate hanno aggredito dei poliziotti. Nel borgo amarezza per l’accaduto

La baby gang contro la polizia? Ragazzini spariti e impuniti

Mazze di legno lanciate con forza, botti, cassette della frutta strappate dalle bancarelle e scaraventate contro i poliziotti. Sono alcune delle sequenze della violenza andata in scena il 17 gennaio scorso a Napoli, nel Borgo Sant’Antonio Abate. A sferrare l’attacco furono dei ragazzini. Si scagliarono contro gli agenti del Reparto mobile mentre si stavano adoperando per alzare quel cippo che doveva andare a fuoco nel rispetto della tradizione, nel giorno della festa di Sant’Antonio Abate. Costrinsero gli uomini del reparto mobile a indietreggiare, mentre intorno a loro c’era chi rideva o si mostrava totalmente indifferente. Quelle immagini, le loro parole di odio contro chi rappresenta lo Stato, sono una ferita difficile da rimarginare.

“Hanno fatto bene a prendere le loro cose e ad andare via”, dice oggi una donna del borgo. Pare che quei ragazzini siano spariti dalla circolazione. Due di loro, circa una settimana fa, sono stati denunciati dai carabinieri per un’altra aggressione avvenuta in corso Garibaldi la sera precedente all’attacco contro la polizia: le indagini dei militari dell’Arma hanno permesso di accertare che, insieme ad altri due coetanei, per futili motivi hanno ferito con un coltello un 16enne che stava percorrendo corso Garibaldi con un amico per rientrare a casa dopo gli allenamenti di calcio. Hanno un’età compresa tra i 15 e i 16 anni.

Tra i residenti e i commercianti l’amarezza è tanta. Per l’immagine che ne è venuta fuori e, soprattutto, perché dopo quell’episodio le forze dell’ordine hanno invaso l’area mercatale per controlli a tappeto che hanno portato anche allo sgombero delle bancarelle che occupavano abusivamente il suolo pubblico. Oggi, il borgo, che i napoletani chiamano il “Buvero”, è deserto. Lo abbiamo girato in lungo e in largo, per provare a capire dove nasce quella inaudita violenza giovanile che ha mostrato un video registrato da un privato. Abbiamo parlato con chi il borgo lo vive tutti i giorni per scoprire cosa la società offre ai giovani in un contesto dove regna l’illegalità. E la risposta è: niente. La stessa risposta che ci hanno dato tutti i residenti e i commercianti incontrati. Nel "Buvero" la strada sembra rappresentare l’unico spazio di aggregazione per i ragazzi. Non ci sono associazioni che organizzano attività per i giovani. In una chiesa abbiamo trovato un sacerdote che subito ci ha licenziato: “Ho la messa tra mezz’ora”. Dice che sta nel borgo da 4 anni e non lo conosce bene. È ancora chiusa la chiesa principale di Sant’Antonio Abate, in attesa da qualche anno di lavori di ristrutturazione. La prima scuola pubblica più vicina si trova in piazza Carlo III, alla fine della strada che taglia il borgo in due: proviamo a parlarne con la preside, ma stiamo aspettando ancora che ci richiamino per fissare un appuntamento. È questa la realtà in cui vivono i bambini e i ragazzi del borgo Sant’Antonio Abate.

“Qui per i ragazzi non c’è niente. Io li vedo solo andare avanti e indietro con i motorini”, rivela un papà. “Io ho una figlia – dice - ma frequenta altre zone di Napoli”. Chi può, cerca di proteggere i propri figli tenendoli lontani dalla strada. “Mia figlia fa l’ingegnere, ora vive a Milano. Lei è cresciuta qui”, racconta con orgoglio Maria, che nel borgo ci è nata e ancora ci vive. Un modo, il suo, per dire che quei ragazzi che si sono fatti conoscere per la loro violenza non rappresentano i giovani di quel posto. “È come se questi ragazzi volessero copiare quello che si dice in televisione, perché non c’è una legge che li punisce”, prova ad esaminare Maria. “I padri e le madri non gli danno una buona educazione. È la tavola che fa la famiglia”, sostiene un commerciante. In via Sant’Antonio Abate si trova una scuola privata, è gestita dalle suore. “A parte la scuola, non organizziamo altre attività per i ragazzi”, spiega una religiosa all’ingresso. “Le facciamo nell’orario scolastico”, precisa un’altra suora, che dice di aver saputo dell’aggressione contro la polizia guardando la televisione. “Cosa aberrante, negativa. Non si dovrebbe mai arrivare alla violenza, soprattutto contro le forze dell’ordine”, commenta. “Qui – afferma parlando degli scolari che frequentano l’istituto paritario - i ragazzi vengono normalmente. Ci tengono i genitori. Li mandano qui perché questa è una scuola a pagamento. Molti di questi commercianti sono stati nostri alunni. Noi non abbiamo mai avuto problemi con il borgo”.

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