Cronaca locale

Ma il narghilé (forse) si può trafficare

GIURISPRUDENZA Incerto il giudice se la quantità di «fumo» sia sufficiente a configurare o no reato

Cinque detenuti in carcere, un paio ai domiciliari, un altro gruppo a piede libero. Sono quasi tutti egiziani, più un siriano e un marocchino. Compaiono ieri mattina davanti al giudice preliminare, Marco Alma, che deve decidere se rinviarli a giudizio. Lo scenario, le facce, l’apparato di sicurezza, evocano i processi per narcotraffico o terrorismo internazionale. E invece sul banco degli imputati, insieme ai quindici egiziani, siede (metaforicamente) un pacchettino assai più innocuo.
Il pacchetto non contiene tritolo né droga. Ma semplice tabacco per narghilè. Un prodotto che fino a poco tempo fa in Italia non conosceva nessuno, tranne chi lo riportava come ricordo dalle vacanze. E che adesso è diventato così diffuso da giustificare l’esistenza - secondo l’accusa - di una banda criminale dedita a trafficarlo in grande stile.
Ma la legge, che ci mette sempre un po’ a prendere il passo alla realtà, non ha ancora deciso bene come fare i conti con il tabacco per narghilè. Così il processo si impasticcia un po’, perché non è chiarissimo in che misura gli imputati si possano punire. Quanto tabacco c’è davvero dentro all’intruglio che si fuma col narghilè? E quale sanzione va data per ogni grammo dell’impasto? Insomma, una confusione. E tutto viene rinviato al mese di novembre.
Il blitz contro la banda era scattato in aprile. A condurla, la Guardia di finanza e il pubblico ministero Nicola Piacente, uno specialista di antiterrorismo. Nel mirino, la nuova frontiera del contrabbando di tabacco: non più Marlboro e Avana (...)

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