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Cgil, Anpi e Arci: "No all’uso di basi in Sicilia per la guerra, pronti a mobilitazione"

Pressione sul governo affinché blocchi il possibile utilizzo militare dell’isola: “Non siamo una portaerei nel Mediterraneo”

Cgil, Anpi e Arci: "No all’uso di basi in Sicilia per la guerra, pronti a mobilitazione"
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Siamo pronti alla mobilitazione: questo il monito di Cgil, Anpi e altre associazioni. Nel mirino delle realtà appena citate - alle quali bisogna aggiungere Arci, Auser, Federconsumatori, Legambiente, Libera, Uisp - il possibile utilizzo delle basi italiane per la guerra in Medio Oriente. “La Sicilia non è una portaerei nel Mediterraneo”, il j'accuse dei sindacati e delle altre federazioni, pronti a scendere in piazza.

“Mentre nei palazzi delle istituzioni si richiamano accordi pregressi e si prospetta l’autorizzazione all’utilizzo delle basi statunitensi ai fini bellici, in Sicilia registriamo già traffico militare, allerta operativa, collegamenti satellitari attivi, snodi logistici in funzione. Stiamo diventando piattaforma operativa, parte della catena bellica e quindi potenziale bersaglio. Noi diciamo no e siamo pronti alla mobilitazione", si legge nella nota diffusa che chiama in causa l’esecutivo nazionale e quello locale: "Il governo regionale intervenga. Al livello nazionale il Parlamento bocci la risoluzione della maggioranza”.

Come evidenziato in precedenza, Cgil, Anpi e le altre associazioni hanno ribadito che l'isola "non è una portaerei nel Mediterraneo". La contrarietà all'utilizzo delle basi è perentoria: "Se viene usata una base strategica nell’ambito di un conflitto, il territorio ospitante diventa di fatto parte di quel conflitto e noi diciamo no”. Le organizzazioni coinvolte nell'iniziativa hanno concluso rimarcando che “la Sicilia è una comunità politica, non una piattaforma strategica. È terra di pace e la sua storia lo dimostra.

L’Italia non consenta l’utilizzo ai fini bellici delle basi statunitensi che si trovano nell’isola, non si coinvolga la nostra regione esponendola ai rischi del caso”. L’alternativa è pronta: scendere in piazza per protestare contro quella che definiscono una possibile militarizzazione dell’isola.

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