La guerra, il potere delle big tech e l’errore dei media: chi regola il mondo

Al palazzo delle Stelline di Milano Foa, Tremonti e Caracciolo hanno dialogato sulle sfide del mondo post globalizzazione, tra la crisi della democrazia, il ruolo dei grandi monopoli tech e gli esiti del conflitto in Ucraina

La guerra, il potere delle big tech e l’errore dei media: chi regola il mondo

Si è svolto al Palazzo delle Stelline di Milano il convegno organizzato da InsideOver e IlGiornale.it, Chi decide le sorti del nostro futuro?, con il presidente della Commissione Esteri della Camera Giulio Tremonti, il direttore di Limes Lucio Caracciolo e l'ex presidente della Rai Marcello Foa, moderato dal caporedattore de IlGiornale.it Andrea Indini.

L'incontro si è focalizzato sull'analisi delle sfide di sistema che attendono la globalizzazione e sull'impatto delle grandi battaglie politiche ed economiche del presente sugli equilibri di potere del pianeta.

​"Caro lettore, questo giornale è tuo se lo vorrai". Così l'amministratore delegato de IlGiornale.it, Andrea Pontini, ha inaugurato l'evento, citando il fondatore della nostra testata, Indro Montanelli. "Tre voci libere, tre espressioni della libertà del pensiero odierno. Il miglior modo per celebrare una storia di libertà di infomrazione che continua, col lavoro de IlGiornale.it e di InsideOver, anche grazie al sostegno dei suoi lettori", ha proseguito Pontini.

Foa, Caracciolo, Tremonti: tre esperti di spicco in una cornice d'eccezione hanno dialogato per contribuire a fornire una bussola per orientarsi nel caos del presente. E capire le evoluzioni di un sistema-mondo oggi giunto a un punto critico. Una crisi interna ed una esterna quella della globalizzazione come la conosciamo, che ha prodotto problemi strutturali di fiducia nella democrazia, crisi globali a cascata e, da ultimo, lo choc devastante della guerra in Ucraina. Ed proprio da qui che l'incontro prende il via, dal ordine sorto con il conflitto alle porte dell'Europa.

Caracciolo: "La pace è finita per noi europei"

"La pace è finita...per noi europei!", così Lucio Caracciolo nel suo intervento, che ricorda come la competitività animata dalla guerra in Ucraina apra una sfida diretta tra Russia e America. Ancillare però "alla vera sfida, quella sino-americana". In un perenne braccio di ferro tra terra e mare, che vede la superpotenza a stelle e strisce giocare la sua partita contro le due potenze della terra mantenendo il dominio degli stretti.

Quale lo scenario chiave da tenere d'occhio? "Il Mar Nero", dice Caracciolo. Perché la crisi tra i Dardanelli e la Crimea "impatterebbe sul nostro Mare, il Mediterraneo". E in prospettiva la sfida cruciale è capire come mettere ordine al caos, perché "né una Yalta né un Congresso di Vienna sembrano alle porte". Mentre la sfida europea sull'energia prosegue a creare caos.

E chi deciderà le sorti del nostro futuro? Per Caracciolo "le guerre di oggi hanno una svolta quasi serendipica, le conseguenze avvengono senza essere volute. Come per la fine della Guerra Fredda, che l'Occidente voleva pareggiare e non vincere". Oggi il riarmo "di Giappone e Germania insegna molto anche all'Italia. Siamo in una situazione di guerra in cui non abbiamo le risorse per sparare". "Siamo", come Italia e Europa, "notevolmente in crisi e dobbiamo assumerci responsabilità sul nostro futuro. Cosa vogliamo sul fronte politico? Cosa vogliamo a livello di pedagogia nazionale?".

Tremonti: "La globalizzazione è stata un'eccezione"

Per Tremonti "la globalizzazione è stata un'eccezione rispetto alla normalità della storia. Come dice Shakespeare nella Tempesta, What is Past? Is Prologue". La caduta del Muro, il summit di Wto a Marrakech, la globalizzazione trionfante "hanno costruito l'illusione di uno sviluppo progressivo" alimentato però dallo "spostamento delle fabbriche in Asia".

"La crisi finanziaria del 2008", nota Tremonti, "mise a terra il modello, fondato sulla compensazione della perdita di posti di lavoro e di reddito delle classi medie occidentali con l'alternativa dei subprime e della ricchezza finanziaria". A bloccare la globalizzazione "l'America First trumpiano nel 2016, la cui eco si sente nel recente discorso sullo Stato dell'Unione di Biden". Il senso di tutto "l'ha dato il presidente Obama", che "aveva capito che si trattava di costruire l'uomo nuovo in un mondo nuovo". Per Tremonti "la vittoria di Trump non fu la fine del mondo, ma la fine di un mondo", perché mostrò la fine dell'illusione globale.

Oggi per Tremonti la minaccia arriva dai giganti del web che "richiamano l'allarme di Eisenhower sul complesso militare-industriale". Il recente terremoto in Turchia è un'epifania del "richiamo della natura", all'essenziale, all'equilibrio tra l'uomo e il suo mondo.

Tremonti concorda con Caracciolo sul fatto che l'ordine globale va spostandosi verso l'Asia e la sfida Usa-Cina. "Ricordo Fukuyama, poeta di corte degli illuminati del potere, che cantava la fine della storia, il fatto che la Cina fosse in cammino verso la democrazia. Sviluppo ne ha avuto molto", chiosa Tremonti, "democrazia meno. E sarebbe stato assurdo pretenderla" se non sulla base di presupposti ideologici errati.

Tremonti ricorda, parlando di chi decide le sorti del nostro futuro, i tempi delle lezioni che seguiva da studente a Pavia e che vedevano come docente Altiero Spinelli. Parla di Europa e ricorda che "l'Europa si plasma nelle crisi, come ha insegnato la pandemia. Nel 2003 ad esempio il governo Berlusconi II salvò Francia e Germania dalla possibili procedure di infrazione e chiese gli Eurobond" per bocca del suo Ministero. "Gli Eurobond dovevano servire a infrastrutture, difesa, sviluppo. Ci sono voluti vent'anni e la pandemia per applicarli".

Foa: "Google, Amazon, Facebook dominano l'informazione"

Media e globalizzazione? Per Foa il problema di fondo è l'assenza di democrazia "Nel processo informativo legato al contesto digitale, all'80% oggi dominato da Google, Amazon, Facebook". E questo "ha portato una diminuzione della qualità informativa delle redazioni, che devono lavorare con il resto delle risorse".

Per Foa dal 2015 al 2018 in Occidente la Brexit, Trump, il governo gialloverde, Orban e l'ascesa di Ciudadanos e Podemos in Spagna, assieme al crollo di Socialisti e Repubblicani in Francia ha portato a "un fermento di ribellione e sfiducia verso le istituzioni che aveva portato a cambiamenti politici confusi ma importanti" a cui ha fatto seguito un inasprimento del confronto giornalistico.

Secondo l'ex presidente della Rai la risposta al populismo ha portato la grande stampa americana e a cascata quella europea a diventare militante: "Pensiamo al Russiagate, e ai Twitter Files che hanno rivelato come esponenti del governo Usa si incontravano con quadri di Twitter facendo vere e proprie liste di proscrizione contro intellettuali scomodi". E "questa si chiama censura, contraria ai principi sacrosanti della democrazia".

Il problema di fondo per il futuro, a detta di Foa, è la presenza d'un reticolo di istituzioni sovranazionali, oltre a un'Europa incompiuta, che crea un contesto che condiziona ciò che poi ci si aspetta in grado di venir modificato dalle elite politiche elette. "Ma le leve del potere per cui votiamo sono ridotte. Gli Stati nazionali sono ridotti a macroregioni" rispetto a trent'anni fa. Questo, continua Foa, "erode la fiducia dei cittadini e il rapporto fiduciario tra popolo e élite. Ne vediamo le conseguenze guardando la rapida ascesa e discesa di partiti in Italia come il Pd di Renzi, i Cinque Stelle e la Lega".

Ma le società sono stabili, la democrazia esercita le sue prerogative e la fiducia popolo-elite si crea se le elite stesse sono trasparenti e si crea un patto virtuoso. "Così", conclude, "non mi sembra sia nell'Europa di oggi".

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