Professor Luciano De Carlis, direttore del Centro trapianti dell’ospedale Niguarda di Milano, ha ancora senso sperare per il bambino di Napoli? Ci sono pareri diversi sulla sua capacità di reggere ancora un trapianto.
«Non avendo letto la cartella clinica, non mi posso sbilanciare. Certo è che 50 giorni di Ecmo sono tanti e possono provocare danni non tanto al cuore ma ai reni, che probabilmente non sono più funzionanti, al fegato e ai polmoni, che sicuramente sono in sofferenza. Ci sono criteri oltre i quali non si può andare».
Quindi è difficile che viva ancora?
«Sì, è difficile».
Che idea si è fatto di tutta questa storia? Ghiaccio secco usato male, una sala operatoria già avviata, un trapianto fatto anche se ci si era resi conto che il cuore arrivato era deteriorato.
«Io non capisco da dove arrivino tutte queste informazioni che alle orecchie di noi addetti ai lavori suonano come qualcosa di impossibile. Ci si basa su un esposto e poi su cosa? Tutto questo verrà chiarito a tempo debito e ogni passaggio sarà assolutamente tracciabile».
Cosa l’ha stupita di più di questa narrazione? Il ghiaccio secco?
«Si, quello è il primo elemento. È veramente difficile pensare sia stato fatto un errore così grossolano, per di più in procedure che prevedono il coinvolgimento di più persone che si attengono a protocolli rigidissimi e si controllano l’una con l’altra».
E allora cosa può essere accaduto?
«Nulla dimostra che il cuore si sia deteriorato a causa del ghiaccio secco.
Qualsiasi trapianto, anche di altri organi, ha la possibilità della cosiddetta ’Non funzionalità primaria’, una possibilità molto rara che si verifica solo nel 4-5% dei casi ma che esiste. Significa che l’organo non funziona, al netto di errori o di cause conosciute. Di fatto non c’è una causa spiegabile e questa non funzionalità non viene rilevata dagli esami fatti al momento dell’espianto».
Come si valuta la qualità di un organo?
«Ci sono due fasi: la prima è nel momento del prelievo e avviene con una valutazione diretta del cardiochirurgo.
La seconda è all’arrivo, cioè al momento dello spacchettamento del cuore, quando viene tolto dal ghiaccio. In quella fase si valuta per una seconda volta la funzionalità dell’organo».
Come è possibile che il bambino sia già stato preparato in sala operatoria, tanto da non poter più tornare indietro?
«Sicuramente i chirurghi hanno voluto stringere i tempi il più possibile e avranno sedato il bambino. Ma non credo che nessun professionista compia un atto irreversibile. Mai avrebbero tolto il vecchio cuore prima dell’arrivo e della valutazione del secondo. Quindi, come avevano attaccato il bambino ai macchinari per la circolazione extra corporea, così lo potevano staccare».
Il cuore pediatrico è uno degli organi più rari?
«Per questo si sta ancora più attenti.
Se si tratta di un fegato e qualcosa non va, si sa che nel giro di pochi giorni ci sarà una seconda possibilità. Con il cuore dei bambini è molto diverso. E in generale l’etica è la priorità».