“A volte sei incudine, altre volte sei martello”. È così che si apre l’ennesimo comunicato d’area antagonista in relazione ai fatti di Torino, alle violenze antagoniste contro la polizia, al pestaggio dell’agente con tanto di martello, che solo per un caso fortunato non ha subito danni ben più pesanti. Il tentativo messo in atto è tanto semplice quanto disperato: convincere e convincersi di essere nel giusto, cercare di usare un benaltrismo spicciolo per deresponsabilizzarsi e lavarsi la coscienza davanti a quanto fatto durante la manifestazione di Askatasuna. “Se di ‘violenze’ dobbiamo proprio parlare, perché non nominare quella di chi, per sgomberare un centro sociale, blocca un intero quartiere per settimane e presidia uno stabile vuoto giorno e notte buttando soldi pubblici?”, si chiedono nel comunicato, provando con il populismo a trovare argomentazioni a supporto laddove non ce ne sarebbero.
Perché lo Stato è costretto a presidiare giorno e notte una palazzina vuota? Perché esistono i soggetti come quelli che sabato erano in piazza che sono pronti a riprenderlo anche con la violenza. Che è quello che hanno provato a fare anche nelle manifestazioni di piazza, tentando l’assalto ai cordoni di sicurezza e poi lamentandosi di essere stati respinti con lacrimogeni, idranti e sfollagente. “Da sabato stanno scorrendo fiumi di parole sui quotidiani italiani (e non solo) per criticare, demonizzare e stigmatizzare quello che è successo a Torino. In fondo ce lo si aspettava essendo la giornalista italiana il megafono e i cani del padrone e del potere”, si legge ancora nella nota. “Ma perché è così facile colpevolizzare la vittima? Perché il ‘se la sono cercata’ vale sempre e solo nei confronti del subalterno che subisce violenza? E poi, a ben vedere, non ‘se la sono cercata’ anche il Governo e le istituzioni di Torino?”, proseguono.
Eppure, non sarebbe difficile da capire un concetto semplice che sta alla base di ogni democrazia: la polizia che interviene con la forza per ragioni di sicurezza reagisce a una minaccia di pericolo esterna, che può essere un corteo che prova a sfondare un cordone, un lancio di oggetti, di fumogeni, di cartelli stradali (si è visto anche questo). Ma i manifestanti non si possono mettere allo stesso livello di un apparato istituzionale che vigila sulla sicurezza dello Stato da loro stessi minata e sostenere la tesi che così come la polizia è autorizzata a usare la forza per disperdere un pericolo allo stesso modo loro sono legittimati a usare violenza. È un concetto che viola qualunque norma di buon senso della democrazia ma gli antagonisti ci vogliono credere e vogliono convincere e indottrinare le masse che, invece, dev’essere così: “Ogni volta che la vittima reagisce c'è sempre una colpevolizzazione e una demonizzazione delle sue pratiche”.
Cercano di riversare le colpe di quanto accaduto sabato 31 gennaio a Torino sullo Stato e sulle sue istituzioni perché, dicono, “è la diretta conseguenza della violenza continua e feroce di questi mesi nei confronti del movimento (con manganellate, perquisizioni e arresti), ed è il risultato dell'azione di una classe politica locale e nazionale che non ha saputo far altro che sgomberare prima, negare ogni possibile mediazione poi e alla fine alzare il muro della repressione”. Ma negli ultimi 30 anni, quando la palazzina era occupata e le parti politiche “amiche” cercavano di mettere una pezza, arrivando perfino a trovare un modo per istituzionalizzare Askatasuna, dov’erano? Tutto questo nonostante le continue violenze di piazza che gli stessi esponenti di quel centro sociale hanno continuato a perpetrare in tutta Italia impunemente.
Per 29 anni la palazzina è stata occupata illegalmente, al suo interno venivano condotte attività al di là dei profili legali, il tutto in una struttura che era stata già definita inagibile. Eppure ora puntano il dito anche contro la sinistra che non ha difeso lo sgombero “violento” del centro sociale, che violento non è stato proprio perché lo Stato ha agito nella miglior tutela, intervenendo al mattino presto per evitare gli scontri e accompagnando all’esterno gli occupanti senza alcuna necessità di utilizzare la forza. “Quello che ha fatto la città è stato solo tentare di riprendersi Askatasuna per restituirlo alla collettività”, scrivono, rendendo quindi necessario quanto da loro stessi criticato: il presidio notte e giorno alla palazzina. Quello che emerge in questi giorni che fanno seguito alla manifestazione del corteo è un incremento della violenza verbale del mondo antagonista, che si riflette in una escalation della violenza di piazza, che sembrano voler continuare ad alimentare con l’obiettivo di alimentare la lotta allo Stato, in una spirale pericolosissima.