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Ho fatto pace con le Olimpiadi

Il verde, il bianco e il rosso hanno attraversato il palcoscenico senza isteria, senza bisogno di scandalizzare per esistere. I disegni di Giorgio Armani raccontavano un’Italia solida, non nevrotica, che non chiede permesso per essere ciò che è

 Ho fatto pace con le Olimpiadi

Accanto al televisore ho appeso un quadro che mi regalò Silvio Berlusconi: un tram arancione che scivola vicino all’Arco della Pace. Non è un quadro raffinato, è un’immagine semplice, quasi popolare. Ma c’è dentro Milano all’alba, quella luce appena umida che non è mai malinconica. Ernest Hemingway diceva che «Milano è l’odore del mattino», anche quando piove. L’ho risentito, quell’odore, guardando l’avvio delle Olimpiadi Milano-Cortina.
E confesso che non me l’aspettavo. Ero partito con pessimi presagi. Le Olimpiadi, nella storia recente, non hanno sempre portato bene. La Grecia ne uscì con i conti truccati e il Paese in ginocchio; poi arrivarono le banche francesi e tedesche a succhiare sangue, mentre l’Italia – come spesso accade – tirava fuori miele dalle riserve per tappare buchi altrui.
Una generosità che nessuno ha mai ringraziato. E Parigi 2024 non aveva aiutato l’umore: decapitazioni simboliche, balletti osceni, l’idea che la decadenza potesse essere spacciata per progresso avanguardista. Il genio francese, quella volta, ha brillato per la sua assenza, come ha notato Alain Finkielkraut, isolato e quasi deriso in patria.
Invece Milano ha risposto con tutt’altro registro. A San Siro – che per forza simbolica vale il Colosseo, anche se i puristi storcono il naso – è esploso il genio italiano dei colori: eleganza composta, vitalissima.
Il verde, il bianco e il rosso hanno attraversato il palcoscenico senza isteria, senza bisogno di scandalizzare per esistere. I disegni di Giorgio Armani raccontavano un’Italia solida, non nevrotica, che non chiede permesso per essere ciò che è. Qui l’arte non è lusso: è la prosecuzione del lavoro con altri mezzi. La Scala, il balletto, la manifattura che diventa stile.
Milano e il Veneto che sanno rinascere perché, banalmente, non hanno mai smesso di fare.
Mentre scorrevano le celebrazioni, però, la giornata raccontava anche altro. Giorgia Meloni non si limitava ai riflettori: andava a Rogoredo.
Non lo dico per piaggeria – non è il mio genere – ma per onestà. Avevo scritto dell’Italia a due velocità: Olimpiadi lucenti e blindate, come una festa in smoking, e periferie lasciate a marcire, come cucine sporche dopo il banchetto. La visita a Rogoredo dice che non è questa l’intenzione del governo. Non accettare come destino irredimibile le piaghe del Paese, né nasconderle sotto tappeti decorativi, è una scelta politica precisa. Rogoredo non è una nota a piè di pagina: è una ferita aperta nel corpo della città.
Non intendo abdicare a una dose salutare di pessimismo, che considero una forma di igiene mentale. Ma devo arrendermi all’evidenza: non esiste solo l’insicurezza, che pure c’è. Esiste anche un tentativo serio – contro la favola dello Stato di polizia – di tenere insieme sicurezza e libertà della gente comune, senza regalare la licenza di devastare alle orde di vandali rossi. L’occupazione cresce, le opere infrastrutturali avanzano; è un processo iniziato anni fa, con Formigoni e Albertini, con la Fiera e la Scala, con quartieri che oggi fanno brillare gli occhi persino a J. D. Vance, il vice di Trump, non esattamente un europeista sentimentale, ma colpito da una città che non chiede scusa per esistere. La logistica dei trasporti, il modello pubblico-privato che collabora invece di azzannarsi, il tram – torno a quel quadro arancione – che scorre tra futurismo e tradizione: non è nostalgia, è continuità. È la prova che modernità non significa cancellare tutto, ma aggiungere senza distruggere. Lo sport, in questo, diventa epica civile.
Non retorica, ma racconto condiviso. Confesso però di aver storto il naso quando Volare di Modugno, che aveva lo stesso colore impetuoso del boom economico e della fiducia ritrovata, è stato affidato a una star americana dalla vocetta incipriata, ingioiellata come una regina inglese in visita a un popolo coloniale. Un piccolo tradimento simbolico, cedimento al marketing, peccato. Per fortuna l’agilità dei balletti, l’eleganza coordinata e insieme immaginifica di scuola Scala, le immagini di Cortina, Bormio e delle nostre montagne hanno retto l’urto e – loro sì – hanno ingioiellato l’Italia.
Il punto, allora, è semplice e difficile insieme. Le Olimpiadi sono una festa di colori con al centro un Paese che ha voglia di risalire. Ma quella risalita non vale nulla se si ferma al palco. Rogoredo, lì accanto, dice che la bellezza, se non scende a terra, diventa cartolina. E una cartolina non salva nessuno, non cura nessuno, non restituisce dignità a nessuno.
Milano -Cortina può essere l’inizio di una storia buona, non l’ennesima vetrina.

A patto di non esaltare la decadenza come modernità e di non accettare l’idea che la sicurezza per qualcuno e l’abbandono per altri siano la normalità. Se l’Italia saprà tenere insieme il tram che scorre all’alba e il quartiere ferito che chiede ordine e dignità, allora sì: l’odore del mattino non sarà solo un ricordo letterario. Sarà una promessa mantenuta.

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