Avvocato Lomonaco, lei è Garante regionale per la tutela delle vittime di reato in Calabria, tra i primi incarichi di questo tipo in Italia. Dal suo osservatorio, cosa sta accadendo tra i minori?
Sta emergendo una forma di disagio più silenziosa e profonda. Il bullismo non è più solo un atto visibile, ma un processo fatto di esclusione, isolamento e pressione psicologica. Ed è proprio questa dimensione invisibile a renderlo più pericoloso.
Quanto incide questo silenzio?
Incide moltissimo. Perché molti ragazzi non parlano. Continuano a vivere la loro quotidianità, ma dentro stanno affrontando qualcosa che li consuma lentamente.
Ha seguito casi concreti?
Sì. Penso a un ragazzo che per mesi ha nascosto tutto. Non c’erano segnali evidenti, solo una progressiva chiusura. Quando la situazione è emersa, il disagio era già profondo. Il bullismo non è una fase della crescita. È una ferita che cresce con chi la subisce.
In quel caso, come siete intervenuti?
Siamo intervenuti costruendo una rete attorno a lui: scuola, famiglia e supporto istituzionale. Non un intervento episodico, ma un accompagnamento continuo. Il punto è stato restituirgli fiducia, prima ancora che risolvere il problema.
E qual è stato l’esito?
L’esito è stato positivo. Il ragazzo ha ripreso il suo percorso, ha ritrovato equilibrio. Ma soprattutto ha capito di non essere solo. E questo, spesso, è il vero punto di svolta. Quando le istituzioni funzionano, cambiano concretamente la vita delle persone. Non è teoria, è responsabilità.
Perché è così difficile intervenire prima?
Perché spesso il sistema si attiva quando il problema è già evidente. Ma il bullismo nasce molto prima. E lì dobbiamo imparare a stare. Noi entriamo in scena quando il danno è già visibile. Ma la vera sfida è intercettarlo prima.
In Calabria avete sperimentato un modello diverso?
In Calabria abbiamo provato a costruire un modello basato sulla prossimità e sull’ascolto. Non aspettare che il problema arrivi, ma entrare nei contesti: scuole, territori, relazioni. È un lavoro quotidiano, ma i risultati dimostrano che questa strada è efficace. A questo si affiancano anche strumenti concreti di prevenzione. Tra questi il bando “Ti Sbullo!”, promosso dall’Ufficio del Garante e finanziato dal Consiglio regionale, ormai diventato un appuntamento istituzionalizzato che coinvolge ogni anno decine e decine di studenti.
Questo modello può essere esteso a livello nazionale?
Assolutamente sì. L’esperienza maturata dimostra che è possibile costruire un sistema più vicino alle persone. Ma serve una visione chiara e strumenti adeguati. Per questo credo che sia arrivato il momento di rafforzare a livello nazionale un modello di tutela stabile e riconoscibile per le vittime, soprattutto quando si parla di minori.
Che messaggio vuole dare ai
ragazzi?Che non sono soli. E che il silenzio non deve diventare una condanna. Un ragazzo che smette di parlare non sta crescendo. Sta chiedendo aiuto. E lo Stato deve essere in grado di ascoltarlo prima che sia troppo tardi.