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Lomonaco: il modello calabrese contro il bullismo diventi nazionale

Parla l’Avv. Antonio Lomonaco, Garante per la tutela delle vittime di reato in Calabria

Lomonaco: il modello calabrese contro il bullismo diventi nazionale
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Avvocato Lomonaco, lei è Garante regionale per la tutela delle vittime di reato in Calabria, tra i primi incarichi di questo tipo in Italia. Dal suo osservatorio, cosa sta accadendo tra i minori?

Sta emergendo una forma di disagio più silenziosa e profonda. Il bullismo non è più solo un atto visibile, ma un processo fatto di esclusione, isolamento e pressione psicologica. Ed è proprio questa dimensione invisibile a renderlo più pericoloso.

Quanto incide questo silenzio?

Incide moltissimo. Perché molti ragazzi non parlano. Continuano a vivere la loro quotidianità, ma dentro stanno affrontando qualcosa che li consuma lentamente.

Ha seguito casi concreti?

Sì. Penso a un ragazzo che per mesi ha nascosto tutto. Non c’erano segnali evidenti, solo una progressiva chiusura. Quando la situazione è emersa, il disagio era già profondo. Il bullismo non è una fase della crescita. È una ferita che cresce con chi la subisce.

In quel caso, come siete intervenuti?

Siamo intervenuti costruendo una rete attorno a lui: scuola, famiglia e supporto istituzionale. Non un intervento episodico, ma un accompagnamento continuo. Il punto è stato restituirgli fiducia, prima ancora che risolvere il problema.

E qual è stato l’esito?

L’esito è stato positivo. Il ragazzo ha ripreso il suo percorso, ha ritrovato equilibrio. Ma soprattutto ha capito di non essere solo. E questo, spesso, è il vero punto di svolta. Quando le istituzioni funzionano, cambiano concretamente la vita delle persone. Non è teoria, è responsabilità.

Perché è così difficile intervenire prima?

Perché spesso il sistema si attiva quando il problema è già evidente. Ma il bullismo nasce molto prima. E lì dobbiamo imparare a stare. Noi entriamo in scena quando il danno è già visibile. Ma la vera sfida è intercettarlo prima.

In Calabria avete sperimentato un modello diverso?

In Calabria abbiamo provato a costruire un modello basato sulla prossimità e sull’ascolto. Non aspettare che il problema arrivi, ma entrare nei contesti: scuole, territori, relazioni. È un lavoro quotidiano, ma i risultati dimostrano che questa strada è efficace. A questo si affiancano anche strumenti concreti di prevenzione. Tra questi il bando “Ti Sbullo!”, promosso dall’Ufficio del Garante e finanziato dal Consiglio regionale, ormai diventato un appuntamento istituzionalizzato che coinvolge ogni anno decine e decine di studenti.

Questo modello può essere esteso a livello nazionale?

Assolutamente sì. L’esperienza maturata dimostra che è possibile costruire un sistema più vicino alle persone. Ma serve una visione chiara e strumenti adeguati. Per questo credo che sia arrivato il momento di rafforzare a livello nazionale un modello di tutela stabile e riconoscibile per le vittime, soprattutto quando si parla di minori.

Che messaggio vuole dare ai

ragazzi?

Che non sono soli. E che il silenzio non deve diventare una condanna. Un ragazzo che smette di parlare non sta crescendo. Sta chiedendo aiuto. E lo Stato deve essere in grado di ascoltarlo prima che sia troppo tardi.

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