Le immagini di “Nonna Patria”, l’ex insegnante 82enne che durante l’ennesima manifestazione pro Pal di San Siro ha sventolato la bandiera italiana in risposta agli insulti degli attivisti nei confronti del suo Paese, è diventata un simbolo. Tanti gli applausi per lei per il “coraggio” dimostrato anche se dovrebbe far riflettere che serve coraggio per esibire il Tricolore in Italia. Eppure è così e lo è perché, purtroppo, si è perso completamente il senso di appartenenza al proprio Paese, l'orgoglio di essere italiani: chi oggi prova a rivendicarlo viene tacciato come “fascista”. E allora ne vale la pena? Per molti, evidentemente, non più. Per “Nonna Patria” sì. Se ci fossero più persone come lei non si vedrebbero con così tanta facilità scene come quelle solite delle manifestazioni pro Pal o antifasciste, che tanto cambiano i nomi ma i volti sono sempre quelli.
E non si sentirebbero più cori come quelli che recentemente sono stati intonati durante una di queste manifestazioni, che si sentono anche in un video tornato recentemente virale e relativo a una manifestazione di Torino: “L’unico Tricolore che ci piace guardare è quello disteso sulle vostre bare”. È un insulto all’Italia, è un insulto alla sua bandiera ed è un insulto a tutti i servitori dello Stato, soprattutto a quelli che hanno perso la vita per difendere la libertà e la democrazia in Italia e in altri Paesi in cui sono stati chiamati a servire. E fa ancora più impressione che questo coro è stato scandito da giovani e giovanissimi, che già a quell’età nutrono un odio talmente viscerale verso lo Stato e i suoi servitori da augurarne la morte. Quando la bandiera nazionale viene trasformata in un bersaglio da dileggiare, stiamo assistendo al crollo del contratto sociale che tiene unita una nazione.
Non è soltanto una questione di rispetto istituzionale: è il tradimento della propria stessa storia, di quella memoria collettiva che dovrebbe essere tramandata e non calpestata. Si dicono partigiani ma sputano idealmente su ciò per il quale coloro di cui si dicono eredi hanno combattuto e perso la vita. Chi ha insegnato a questi giovani che il disprezzo verso il Tricolore, e chi lo serve, sia una forma di emancipazione o di lotta politica? C'è una responsabilità precisa, diffusa in troppi ambienti dell'istruzione e della politica, dove l'appartenenza è stata svuotata di significato, ridotta a retaggio da combattere, e le forze dell’ordine dipinte come nemici da abbattere.
“Questa è la concezione di alcuni imbecilli e criminali sulla nostra bandiera, il tricolore Italiano, descritto dall'art. 12 della nostra Costituzione. Noi la Bandiera, la nostra Italia la onoriamo diversamente! Serviamo l'Italia e i cittadini onesti ogni giorno, con disciplina e onore! Viva l'Italia, viva la nostra bandiera”, è il commento di Pasquale Griesi, segretario del sindacato Fsp della Polizia di Stato. Finché ci sarà qualcuno disposto a difendere, anche solo sventolandolo, il vessillo nazionale, come “Nonna Patria” o come le migliaia di appartenenti alle forze dell’ordine, ci sarà ancora una speranza che il senso di comunità prevalga sul livore di chi vorrebbe vedere quell'Italia, e i suoi servitori, sepolti sotto l'odio.
Per fortuna esiste un’Italia migliore rispetto a quella così rumorosa dei cori, perché dietro “Nonna Patria” ci sono milioni di italiani silenziosi, di prima e di seconda generazione, che ringraziano ogni giorno di essere nati e di vivere in questo Paese, che ringraziano gli uomini e le donne delle forze dell’ordine che spesso sacrificano per loro la propria vita e che piangono, senza rendersene nemmeno conto, quando vedono un feretro avvolto in un Tricolore.