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Migranti, la nave tedesca Aurora bloccata a Lampedusa dalle autorità

L’Ong ha recuperato i migranti sulla piattaforma Didon, posizionata in area Sar tunisina e ha rifiutato Porto Empedocle perché lontano

Migranti, la nave tedesca Aurora bloccata a Lampedusa dalle autorità
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La Ong tedesca Sea-Watch ha sfidato ancora il governo italiano e, come da copione, è stata sanzionata. Una conseguenza diretta di una violazione di legge, davanti alla quale le Ong si sentono solitamente al di sopra. Il caso, questa volta, è quello delle 44 persone che sono state recuperate dal peschereccio tedesco Aurora sulla piattaforma Didon, sotto tutti i punti di vista in area di competenza tunisina ma geograficamente tra Tunisia e Libia. È una piattaforma abbandonata dove i migranti avrebbero trovato un punto di attracco in condizioni di mare grosso. L’Italia, dopo essere stata contattata dalla Ong, che non avrebbe chiesto il coordinamento tunisino o libico, ha assegnato alla barca il porto di Porto Empedocle ma l’Ong, considerandolo troppo distante, ha effettuato lo sbarco a Lampedusa.

Una decisione, dicono, assunta perché la barca non aveva abbastanza carburante per il rientro nel porto dell’isola principale. La missione di Sea-Watch con Aurora nasce allo scopo esclusivo di recuperare le persone dalla piattaforma: se il carburante era davvero scarso, avrebbero potuto chiedere un porto alla Tunisia, nella cui area Sar ricade la piattaforma. La Tunisia ricade nell’elenco dei Paesi sicuri dell’Unione europea, pertanto sarebbe stato il Paese naturale di sbarco per evitare ai migranti l’attraversata del Mediterraeo. Ma perché la nave Aurora non ha imbarcato carburante sufficiente per arrivare in Sicilia? Fino a smentita, infatti, sono le autorità italiane a decretare il porto di sbarco, così come stabilito dal Tar, ed è stata una scommessa rischiosa puntare sullo sbarco a Lampedusa non caricando adeguato carburante per raggiungere la Sicilia meridionale.

“Le autorità italiane hanno disposto il fermo della nave di soccorso Aurora, gestita dall'organizzazione tedesca Sea-Watch. Inoltre, l'organizzazione rischia una multa compresa tra 2.000 e 10.000 euro. La durata esatta del fermo e l'entità della sanzione saranno notificate nei prossimi giorni”, si legge nel comunicato pubblicato dalla stessa organizzazione. “Mentre centinaia di persone stanno annegando nel Mediterraneo, l'Italia blocca le navi che potrebbero salvarle. 44 persone sono rimaste bloccate su una piattaforma petrolifera per cinque giorni e nessuno Stato europeo è andato in loro aiuto. Chiunque criminalizzi il soccorso sceglie consapevolmente la morte rispetto alle vite umane”, ha dichiarato Giulia Messmer, portavoce di Sea-Watch.

Le azioni delle Ong, che scelgono di disattendere gli ordini delle autorità italiane, forzano sulle sentenze dei tribunali, che hanno creato precedenti favorevoli a questo tipo di azioni. Nonostante la Libia disponga di un’area Sar, i giudici italiani, come sottolinea la Ong tedesca, sostengono che la Guardia Costiera libica e il Centro di coordinamento del soccorso marittimo libico “non sono attori di soccorso legittimi e che rispettare le loro istruzioni viola il diritto internazionale”.

Tuttavia, in questo caso sarebbe dovuta essere la Tunisia l’attore da contattare, considerando la posizione della piattaforma: questo passaggio non risulta pertanto chiaro e bisogna attendere ancora qualche giorno per capire quali siano le violazioni contestate.

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