Si rafforza la cooperazione giudiziaria tra Italia e Svizzera sull’incendio di Capodanno a Crans-Montana, costato la vita a 40 persone e provocato 116 feriti, tra cui sei cittadini italiani. La Procura del Canton Vallese ha infatti concesso formalmente l’assistenza giudiziaria all’Italia, dando seguito alla rogatoria presentata dalla Procura di Roma. Lo ha confermato una portavoce dell’Ufficio federale di giustizia (UFG), autorità competente in materia, ai microfoni della Radio svizzera SRF.
L’UFG ha precisato di essere stato informato nella giornata odierna della decisione del pubblico ministero vallesano. In concreto, le autorità italiane avranno accesso alle prove già raccolte nell’ambito dell’inchiesta svizzera. La collaborazione avverrà nel rispetto dei diritti garantiti dalla legge alle parti potenzialmente coinvolte dalle misure di assistenza giudiziaria.
L’incontro tra gli inquirenti svizzeri e quelli italiani è stato fissato per il 19 febbraio in Svizzera. A confermarlo è stato l’ambasciatore elvetico in Italia, Roberto Balzaretti, intervenendo al Tg2 Post. "La procura di Roma ha chiesto di farlo il 19, ma si sarebbe potuto fare anche prima", ha spiegato Balzaretti, aggiungendo che in quella sede "si deciderà se costituire un gruppo di indagine comune". "Vista la grande esperienza degli inquirenti italiani – ha sottolineato – penso che i colleghi vallesani dovrebbero accedere a questa richiesta, per una collaborazione tra esperti che permetterà di fare piena chiarezza su quanto accaduto".
Sempre Balzaretti ha commentato l’andamento dell’inchiesta definendo "terrificante" quanto sta emergendo. "Questa indagine sta rivelando cose evidenti a prima vista, ma lo sta facendo nel modo formale corretto", ha detto. "Purtroppo sospettavamo che l’incendio si fosse propagato con questa intensità e violenza perché il bar non era a norma".
Nel frattempo, i titolari del locale teatro della tragedia, Le Constellation, ribadiscono la loro disponibilità a collaborare. "Siamo qui perché ci siamo impegnati a farlo, lo dobbiamo alle vittime a cui pensiamo ogni giorno e ci aspettiamo molto da questa inchiesta", ha dichiarato al Tg1 Jessica Moretti, che gestiva il locale insieme al marito Jacques.
Jean-Marc, il “figlioccio” di Moretti
Proprio la posizione di Jacques Moretti resta al centro dell’attenzione dei magistrati svizzeri. Durante l’interrogatorio del 20 gennaio, il titolare si è mostrato cauto nel descrivere i rapporti intrattenuti con i dipendenti dopo l’incendio, confermando solo di aver incontrato Jean-Marc, da lui definito il suo "figlioccio", e di aver avuto contatti telefonici con altri membri del personale, senza ricordarne i dettagli.
I pubblici ministeri hanno concentrato l’attenzione sul cosiddetto rischio di collusione, ossia la possibilità che Moretti possa aver cercato di influenzare persone chiave dell’inchiesta. In particolare, i rapporti con la moglie Jessica – anche lei indagata – e con il personale dei locali potrebbero aver rappresentato una forma di pressione sulle testimonianze, anche attraverso messaggi o segnali impliciti.
A destare sospetti è soprattutto una riunione tra ex dipendenti dei locali Le Constellation, Senso e Vieux Chalet, avvenuta pochi giorni dopo la tragedia. Interrogato dai pm, Moretti ha negato di averla organizzata o di avervi partecipato: "Non ho organizzato un incontro con gli ex dipendenti. Si sono incontrati tra loro. Io non c’ero, né mia moglie. Lo so perché me l’hanno detto, e ci sono ancora telecamere nei locali". Secondo alcune fonti anonime, tuttavia, Moretti avrebbe continuato a monitorare il personale attraverso i sistemi di videosorveglianza ancora attivi.
La riunione segreta
Secondo l’avvocata delle vittime, Nina Fournier, la riunione – definita ironicamente "carbonara" – si sarebbe svolta alle 16.30 del 7 gennaio al Six Senses, nei pressi del Constellation. Il contenuto delle conversazioni resta ignoto, ma, sottolinea la legale, i partecipanti vivrebbero "tra la paura e l’angoscia" di eventuali responsabilità penali.
Se confermata, la segnalazione sull’incontro costituirebbe, secondo Fournier, "un’ulteriore prova delle
misure adottate dai coniugi Moretti per influenzare le testimonianze", rendendo concreto il rischio di collusione. Moretti ammette di sapere che l’incontro è avvenuto, ma senza chiarire quale sia stato il suo ruolo diretto.